CinePhilo

Recensioni cinematografiche

Author: Fabrizio Defilippi

#cineBit: Il settimo continente (1989) di Michael Haneke. Una glaciazione fatta di oggetti.

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Spesso il cinema ha provato a mettere in scena l’alienazione della società contemporanea, figlia del progresso tecnologico, portando in superficie l’irrazionalità celata dietro le più ordinate esistenze. Pur trattandosi di questioni ampiamente dibattute, non solo a livello filosofico, proprio il cinema ha forse il merito di mostrarne più dettagliatamente le contraddizioni, affidando alle immagini il compito di mantenerne l’ambivalenza.

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#cineBit: The Lobster (2015) di Yorgos Lanthimos: il volto armonico della distopia.

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Essere in coppia è ormai per un giovane non più una libertà ma un obbligo,
in quanto paura di non essere pari alle libertà che gli vengono concesse
P.P. Pasolini, Scritti Corsari

Ogni sistema politico cela dietro un velo apollineo norme e tabù macchiati di sangue. L’armonia delle forme trionfalmente ostentate non deve trarre in inganno: la calma è apparente, nelle acque più profonde nuotano gli indicibili abominii della ragione. In questo senso, anche il primo sguardo che gettiamo su The lobster di Yorgos Lanthimos è uno sguardo di superficie, destinato a rivelarsi ingannevole. I primi fotogrammi mostrano un uomo sulla quarantina – un silenzioso e rassegnato Colin Farrell – con il suo border collie, mentre raggiunge un hotel un po’ kitsch in riva al mare. Potrebbe trattarsi di un film sul vuoto esistenziale di un uomo solo alla ricerca di un senso, a metà tra Lost in translation e Anomalisa. In un certo senso è così, solo che non si tratta di un percorso autonomo, nè di una libera ricerca, bensì di un’ingiunzione esterna. David, appena abbandonato dalla moglie fuggita con un altro uomo, è stato condotto all’hotel con uno scopo preciso: trovare entro quarantacinque giorni una persona con cui formare una nuova coppia. Le carte sul tavolo si rimischiano. David non è più ora semplicemente un uomo solo, ma un uomo che non deve restare solo. La sua non è una condizione esistenziale – forse lo è, ma solo incidentalmente – bensì una questione politica.

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#FuocoIncrociato: The Neon Demon (2016) — Assimilazione e sopravvivenza

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La forma più bassa del sopravvivere consiste nell’uccidere.

Così come l’uomo ha ucciso l’animale di cui si nutre,

che ha trovato indifeso –

e può farlo a pezzi e distribuirne i pezzi

quali parti della preda per sè e per i suoi -,

così l’uomo vuole anche uccidere l’uomo che gli è di ostacolo,

che gli si contrappone come nemico.

E. Canetti, Massa e potere

The Neon Demon (2016) è il film in cui Nicolas Winding Refn mostra la propria compiuta maturazione estetica e la sua capacità di sezionare la realtà con sguardo d’autore (come ci ha raccontato Ruggero M. Coppola qui). Fare un film sulla moda e sul mondo delle modelle non era certo facile.

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#GenderTroubles: Le placard (2001)- Diventare “homo” per restare uomo.

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François Pignon sta attraversando un periodo di crisi su tutti i fronti. L’azienda di preservativi per cui lavora ha deciso di licenziarlo, l’ex-moglie non risponde alle sue quotidiane chiamate, suo figlio non gli parla da settimane. L’incipit di Le placard, commedia francese del 2001 (in italiano «L’apparenza inganna»), non è dei più rosei. Pignon è un uomo considerato da tutti mediocre, incapace di affermarsi in un mondo di lupi senza scrupoli, un agnellino che i colleghi non esitano ad azzannare tra grasse risate. In azienda tutti sapevano del suo licenziamento da giorni, ma nessuno pare rammaricarsi della perdita di un «con» come lui, un fesso senza arte nè parte. Personaggio fantozziano interpretato magistralmente da Daniel Auteuil, Pignon è in realtà un uomo sensibile e malinconico, sempre gentile con gli altri e incapace di rancore. A due passi dal suicidio, troverà però il modo di riprendersi grazie all’aiuto inaspettato del vicino di casa Belone (Michel Aumont). Quest’ultimo, tristemente licenziato molti anni prima a causa della sua omosessualità, suggerirà a Pignon un piano per evitare il licenziamento.

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#cineSPECIAL: Gus Van Sant e lo spazio della morte

C’è un punto oltre il quale le convenzioni tramite cui ci siamo mossi e le abitudini che abbiamo interiorizzato cessano di avere ogni valore. È un punto di non ritorno oltre cui gli spazi, un tempo densi di significati condivisi, si svuotano drammaticamente per far posto a un individuale nichilismo capace di una cieca formattazione.
È il punto che Gus Van Sant ha provato a mostrare in “Gerry” (2002) e “Elephant” (2003), primi due capitoli della cosiddetta “Death Trilogy”, due film di inquietante bellezza e semplicità. In entrambi i film, il punto di non ritorno è percepito sin dai primi minuti. Si avverte una tensione che non tarderà a trovare una sua ineluttabile attualizzazione. Gerry comincia con un lungo piano sequenza in mezzo al deserto, dove due amici guidano silenziosi in attesa della loro avventura. Elephant si apre con una macchina che avanza incerta per le strade di una tranquilla cittadina, a tratti sbandando. Quella macchina potrebbe essere per i protagonisti l’ultimo spazio sicuro, una protezione dal punto di non ritorno o l’improvvisa accelerazione verso il suo baratro.

Scena di "Gerry", retrospettiva su Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

Scena di Gerry, mostra su Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

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#cineBIT: The Program: l’icona dopata

Un’immagine di The Program (2015) di Stephen Frears

Sudore e fatica. Adrenalina e panico. Vittoria e sconfitta. Lance Armstrong macina un chilometro dopo l’altro sulla sua bici, un prolungamento del suo corpo, parte integrante della macchina umana. Il cuore pulsa nelle orecchie, sempre più forte. Il ritmo aumenta e l’uomo in maglia gialla è pronto per la salita. Il suo corpo freme, il suo sangue è carico di ridondante ossigeno. Quella salita non è una strada come le altre, ma un’ascesa nell’olimpo dello sport. Quel traguardo non è una semplice linea da superare per primi, ma un ingresso trionfale nella memoria collettiva. È il momento di spingere a fondo, di staccarsi dalla mediocre massa, affermarsi, primeggiare, lasciare che milioni di occhi siano puntati sul texano in maglia gialla venuto a prendersi il Tour de France per il settimo anno consecutivo. Che quelle vittorie siano frutto di doping sistematico pare non importare a nessuno, almeno per il momento.

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#FuocoIncrociato: Il comunismo di Dalton Trumbo

 Scena del film Trumbo (2015) di Jay Roach

“L’ultima parola” di Jay Roach è un film che narra la storia vera di Dalton Trumbo, sceneggiatore americano tra i più talentuosi degli anni ’40 a Hollywood, successivamente caduto in miseria a causa della sua fede comunista. Il film, che oscilla continuamente tra il comico e il drammatico, ricostruisce magistralmente l’atmosfera sfarzosa e lussuosa degli ambienti hollywodiani dell’epoca, permettendo allo spettatore di sbirciare non solo dietro la macchina da presa, ma soprattutto di entrare nel mondo di attori e registi, uomini in carne e ossa, perlopiù conformisti, talvolta capaci di vivere anche fuori dal set cinematografico e lottare per ideali reali.

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#cineHOT: The hateful eight: un cult senza feriti

Scena del film The Hateful Eight (2015) di Quentin Tarantino

Scrivere di cinema non è cosa facile, soprattutto se si è estranei al gergo specifico, alla storia del cinema e alle tecniche cinematografiche. Penso però che sia possibile, anche per i profani, scrivere a partire dalle proprie sensazioni e impressioni e cercare di ricondurle a categorie più note, indagando l’interazione tra lo schermo e lo spettatore. Se poi il film in questione è The hateful eight, l’ultimo film di Quentin Tarantino, allora si potrà star certi che lo scriverne sarà impresa ardua, ma necessaria.
L’ultima fatica di Tarantino è un film per cui si spenderanno fiumi di parole e inchiostro, che piaccia o non piaccia.

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