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Recensioni cinematografiche

Author: Benedetta Magro (Page 1 of 2)

#SerialKiller: Dark (2017) e l’oscurità del libero arbitrio

Locandina Dark (2017).

Se Dark (2017) fosse una torta, sarebbe molto semplice azzeccare i suoi ingredienti: un’abbondante manciata di Stranger Things, Interstellar q.b., un pizzico de Il caso Spotlight, una spolverata di Donnie Darko. Infornare e farcire con crema al gusto Nietzsche e citazioni bibliche.

Se vi sembra che questo mix suoni delizioso come i cavoli a merenda, aspettate di guardare il prodotto finale. Come ci insegna la psicologia della Gestalt: “L’insieme è più della somma delle sue parti”. Infatti, Dark risulta ben peggiore di quanto possa suonare la mera enumerazione dei suoi componenti.

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#GenderTroubles: The Handmaid’s tale&co. e il femminismo delle serie tv

Negli ultimi mesi – anni? –, ho notato una crescente sensibilizzazione di tematiche femministe all’interno delle serie tv sviluppate dai colossi della produzione come Netflix, Hulu e Kudos Film. Per citarne alcune, 13 Reasons Why, Sense8, l’ultima stagione di Broadchurch, e, ovviamente, The Handmaid’s Tale.

Fenomeni attuali come quello del consenso, dello stupro, della discriminazione femminile (e delle minoranze LGBTQA+), del victim-blaming e della dimensione del corpo femminile hanno trovato finalmente spazio nella produzione mainstream, forse nella speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questi argomenti troppo spesso ignorati.

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#cineBIT: Kynodontas (2009): l’importanza di chiamarsi Bruce

Locandina di Kynodontas (2009) di Yorgos Lanthimos

Pensavo che dopo aver visto Happiness di Todd Solonz sarei stata abbastanza temprata da guardare qualsiasi film. Falso. Dimentico spesso che il mondo cinematografico è più vasto e oscuro di quanto io possa mai immaginare e che spesso dal mucchio saltano fuori veri e propri lungometraggi che ti lasciano spiazzati davanti allo schermo per ben novantadue minuti – senza smettere mai di stupire.

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#FuocoIncrociato: Juste la fin du monde (2016) – Le case invisibili di Xavier Dolan

Scena del film Juste la fin du monde (2016) di Xavier Dolan

Tornare a casa non è mai semplice. E lo dico da persona che torna a casa due volte all’anno da sei anni. Tutto resta al proprio posto, eppure cambia radicalmente. Gli oggetti si impolverano, gli affetti invecchiano; ciò che una volta rappresentava il familiare, diventa l’estraneo. Il milieu in cui si è spesa la propria infanzia o la propria adolescenza, all’improvviso viene spogliato di ogni quotidianità e rivestito di ricordi. Gli oggetti smettono di essere oggetti e diventano storie. Le case cessano di essere abitazioni e diventano musei. Il presente diventa così passato e, cambiando il frammento temporale entro cui si iscrive, diventa allo stesso tempo estraneo, unfamiliar.

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#cineBIT: Gone Girl (2014): quando l’amore diventa una maschera

Scena del film Gone Girl (2014), di David Fincher

Qualcuno diceva “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior”. Qualcun altro – probabilmente i nostri nonni – molto più semplicemente, diceva: “l’amore non è bello, se non è litigarello”. Il concetto, in ogni caso, non cambia: l’amore è complicato, ricco di incomprensioni e malintesi. E se l’amore nel mondo delle narrazioni è stato spesso omaggiato, esaltato e idealizzato, questo non è il caso di Gone Girl (2014) di David Fincher, tratto dall’omonimo romanzo di Gillian Flynn. Nick ed Amy Dunne sono una coppia sposata da cinque anni: lui un professore belloccio e affascinante, lei una borghese elegante e meravigliosa. Insieme formano una di quelle coppie che ci si aspetta di vedere sulla copertina patinata di una rivista: una bella casa in una bella cittadina del Missouri, un bel gatto e soprattutto un bel matrimonio, ricco di originalità e complicità. Questo, perlomeno, è quello che apprendiamo inizialmente dal taccuino di Amy, voce narrante che accompagna la prima parte del film.

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#SerialKiller: 3% e il peso della meritocrazia

Sigla d’apertura di 3% (2016)

Ho iniziato a guardare “3%” in preda allo sconforto, durante un viaggio Torino – Bologna su Italo. Come spesso accade, scrollavo la home di Netflix in cerca di qualcosa di interessante da guardare per ammazzare il tempo. Non avrei mai immaginato di scovare tuttavia una vera e propria rarità con una trama tutt’altro che rara: un futuro prossimo molto distopico, un grandissimo dislivello sociale tra la popolazione, prove da superare per dimostrare di poter ambire a comporre il privilegiato 3% degli individui e, ovviamente, un’organizzazione di anarchici volta a sovvertire l’ordine esistente.

Se vi sembra di aver letto la trama di un qualsiasi filmetto o romanzucolo distopico diretto o scritto negli ultimi anni, bene, è esattamente così; Hunger Games, Divergent et similia di certo vi suoneranno familiari. Tuttavia, 3% riesce a gestire brillantemente il rischio di essere accomunata alle distopie sopracitate, per una serie di ragioni che non posso esimermi dall’elencare.

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#cineBIT: Amour (2012) e l’impotenza dell’umana τέχνη

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Scena del film Amour (2012) di Micheal Haneke

Non penso spesso alla vecchiaia. O meglio, ci penso con moderazione. Non è uno di quei temi su cui mi piace fantasticare, per ovvi motivi. E se per disgrazia o per bontà del fato vi siete ritrovati ad accudire un familiare con la demenza senile, l’avversione nei confronti della terza età diventa autoevidente. Tuttavia, ciò che spesso manca, non è tanto l’empatia nei confronti del malato, quanto nei confronti di se stessi. Può sembrare un’affermazione curiosa, contraddittoria quasi, ma quando si ha a che fare con l’insondabile mistero delle patologie neurodegenerative, la paradossalità inizia ad essere la norma; improvvisamente i genitori smettono di riconoscere i figli, le nonne i nipoti, le mogli i mariti.

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#cineBIT: Miss Violence (2013) e la capacità di adattamento dell’essere umano

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Scena del film Miss Violence (2013) di Alexandros Avranas

Immaginate di vedere un film di Alexandros Avranas al cinema, durante un’uggiosa serata di metà novembre. Adesso, immaginate di rivedere lo stesso film, dopo quasi tre anni esatti, durante un’uggiosa serata autunnale molto simile a quella in cui lo si è visto per la prima volta. Pensate che non sia cambiato niente? E invece io ho avuto la sensazione di vedere quasi due film diversi -che è una sensazione abbastanza estraniante, per inciso. Ma andiamo con ordine.

Il film in questione si chiama Miss Violence (2013) ed ha partecipato alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia – dove, a scanso di equivoci, ha vinto il Leone d’Argento per la regia e la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile di Themis Panou (il padre). Il film si apre con la festa in occasione dell’undicesimo compleanno della figlia Angeliki; quest’ultima, durante i festeggiamenti, si getta dal balcone, suicidandosi. Il motivo del suo gesto si scoprirà pian piano, durante lo svolgersi della vicenda. La famiglia greca, una famiglia all’apparenza normale, cela in realtà un orribile segreto.

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#cineBIT: Antichrist (2009) e la dialettica dell’autodistruzione

 

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Scena del film Antichrist (2009) di Lars von Trier

Se vi ritrovaste mai a chiedermi un parere sull’universo, vi direi che le cose davvero belle si possono contare sulla punta delle dita di una mano: tra queste, annovererei sicuramente i film di Lars von Trier. Certo, non tutti e forse non nella loro interezza, ma Antichrist (2009) rappresenta probabilmente uno di quelli che citerei senza batter ciglio.

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#cineBIT: Carne (1991), Seul contre tous (1999) e la morale del macellaio

Scena del film Seul contre tous (1999) di Gaspar Noé

Mi sono imbattuta in Gaspar Noé guardando Love (2015). Che detto en passant, non è un brutto film, l’ho solo trovato estremamente inconcludente. E tuttavia facevo fatica a capire perché qualcuno potesse trovare Noé così incredibilmente originale e interessante. Poi ho guardato Seul contre tous (1999) ed ho capito.

(No, non è vero. Prima ho visto Carne (1991), poi Seul contre tous (1999) ed infine ho capito.)

Volendo parlarne in ordine, Carne (lo trovate qui in V.O. sottotitolato in spagnolo) è il primo mediometraggio del regista argentino. Non lasciatevi ingannare dalla durata relativamente breve della pellicola (38 minuti); il tempo si cristallizza ed inizia a pesare come un macigno sul vostro petto. Ogni stacco di scena è sempre più asfissiante e quasi è sorprendente come si possa essere ancora in grado di respirare al termine della proiezione. La saturazione ferisce gli occhi e la preponderanza del rosso inizia ad essere disturbante dopo appena dieci minuti.
D’altronde, come potrebbe esistere un colore altrettanto indicato?

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