C’era una volta un tedesco. O forse erano due. Uno di certo è Walter Benjamin.
Il celebre autore dell’incompiuto Passagenwerk, all’interno del suo polimorfo e a tratti criptico sistema ha dato alla luce, tra gli altri, un concetto chiave che tiene assieme certo messianismo ebraico e certa filosofia della storia dalla eco marxista-rivoluzionaria: la Jetztzeit; il tempo-ora, un momento unico, speciale, nel tempo eppure fuori di esso in quanto cairologico (qualitativo) e non cronologico (quantitativo). Un momento, ancora, in cui si dà un arresto del tempo storico (sfera messianica) atto al sovvertimento dell’ingiustizia perpetuata dai vincitori sui vinti (sfera marxista-rivoluzionaria).
C’era un tedesco, dunque. O forse erano due – si diceva. Già, poiché il secondo è Maren Ade, la brillante regista acclamata in numerosi festival internazionali che ha completato l’anno scorso il suo terzo lungometraggio, ovvero quel gioiello filmico – in questi giorni di tardiva distribuzione nelle nostre sale – che risponde al nome di Toni Erdmann (in italiano localizzato con la vertiginosa traduzione Vi presento Toni Erdmann – nel Bel Paese ci si preoccupa sempre tanto tanto che l’umile spettatore medio possa non cogliere certe sfumature, sapete com’è…).

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