C’è un ragazzo in poltrona, seduto davanti al camino. Dietro di lui s’imbandisce la tavola per festeggiare l’Hannukkah. La luce del fuoco si legge nel volto del ragazzo che piange e il suo pianto ha espressioni eterogenee: sorride, è assorto poi, guarda fisso, dispera. È pronto in tavola, la madre lo chiama: “Elio!Elio!”.

È l’estate del 1983 in qualche parte nel Nord Italia e una famiglia ebrea abita una villa che è ben presto scenario vivace di cene, letture, via vai di persone, diapositive. Un ambiente d’alta borghesia popolato da plurilinguismo, cultura e lentezza estiva: si susseguono tuffi nel fontanile, Bach, dialoghi aperti e complici, statue di Prassitele in tutta la loro magnifica ambiguità. È un microcosmo delicato immerso in un frutteto in cui si percorrono i giorni di Elio, adolescente dedito al pianoforte, ai libri e alle nuotate al fiume.

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