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Recensioni cinematografiche

Author: Silvia Bertaboni

#cineBIT: Melancholia (2011) di Lars von Trier — Tornare alla terra

“Papà ha detto che non c’è più niente da fare..” “Ha dimenticato la grotta magica.”

E anche stavolta di fronte all’ennesimo capolavoro del regista Lars von Trier non possiamo che rimanere scossi e alzare le mani, farci muti e restare a guardare ciò che ci resta addosso del film, anche a film concluso. Melancholia, plurinominato e pluripremiato, esce nel 2011 in assoluta continuità e allo stesso tempo discontinuità con la filmografia precedente di von Trier. Continuità per il carattere estremamente enigmatico e inafferrabile con cui ci viene presentata ogni singola scena, ma in realtà questo stampo oscuro e inaccessibile riguarda anche l’interezza dei suoi film, mai riducibili a un’interpretazione univoca, compiuta e definitiva. Discontinuità perché toccando questioni “cosmiche”, permette al suo ideatore di rivelarci da un’angolazione nuova e originale argomenti e intuizioni che però rimangono riconoscibili e tipiche del genio Lars von Trier.

Sulle note di Wagner, il momento iniziale della pellicola si presenta come una serie di fotogrammi pensabili, se presi insieme, come l’espressione compiuta del film. Questa sequenza non semplicemente riassume il contenuto del film, ma è il film stesso; si apre infatti con la protagonista Justine che, immobile, dischiude gli occhi mentre sagome di uccelli piovono dal cielo, e si conclude con l’apicale scontro tra la Terra e il pianeta Melancholia. Ecco che, nella sequenza completa di queste singole immagini, cominciano già a dispiegarsi gli elementi fondamentali che caratterizzeranno tutta la pellicola: l’espressione vuota di Justine, il pianeta, la caduta del cavallo come fisico “ritorno alla terra” e il contatto con un mondo naturale e animale – forse sempre più lontano e per certi versi inquietante – che Justine cercherà di ristabilire fino alla fine. C’è anche il suo tentativo di slegarsi dalle corde che, vestita da sposa, la imprigionano e le impediscono il libero movimento, il richiamo a Ofelia sdraiata sul fiume e, per finire, la collisione e poi l’esplosione dei due pianeti.

JUSTINE (parte prima)
Nella prima scena della prima parte del film, Justine ride: ciò non succederà quasi più per tutto il resto del film. I due novelli sposi già dai primi momenti si trovano letteralmente incastrati in situazioni banalmente pratiche e contingenti, come quella in cui una macchina a causa delle sue dimensioni non riesce a percorrere una strada troppo stretta. Già da questa scena così – forse inutilmente ma di certo volutamente – lunga, emerge la precisione di von Trier nel voler mostrare una pesantezza del vivere che si manifesta anche in questi intoppi così “umani, troppo umani”. Justine sembra quasi sollevata nell’arrivare in ritardo alla festa del suo matrimonio, tant’è che più avanti, Claire, la sorella, le chiederà se avesse veramente voluto quel momento e lei, molto enigmaticamente le risponderà di volerlo certamente. Dialogo, quello tra le due sorelle, criptico tanto quanto l’affermazione del padre – uno dei pochi esseri umani da cui Justine sembra sempre aspettarsi qualcosa – che le dirà: “Non ti ho mai vista così felice”, nonostante lei non lo fosse nemmeno apparentemente.

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#cineBIT: Waking Life (2001) di Richard Linklater — “Esiste un solo istante, ed è l’eternità”

“Risvegliare la vita”, o qualche cosa che abbia a che fare con la necessità di rimettere in moto, dopo il torpore, le funzioni vitali di un corpo che dormiva. Questa una possibile traduzione del titolo “Waking life”, film uscito nel 2001 per genio del regista statunitense Richard Linklater. Lungometraggio singolare già solo per la tecnica con cui è stato realizzato, ovvero il rotoscope, che consiste nel creare, partendo da attori reali, delle figure che risultino realistiche pur essendo state traslate in un cartone animato; la stessa procedura è stata usata ad esempio da George Dunning per creare il memorabile film d’animazione che ha come protagonisti i Beatles.

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