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Recensioni cinematografiche

Author: Tommaso Sitzia

#cineSPECIAL: Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (2014) di Roy Andersson – la stravagante strada del quotidiano

A volte usciamo dalla sala e l’unica parola che riusciamo a spiccicare è “strano”. Anzi, sarebbe meglio utilizzare il maiuscolo: “STRANO“. Quale aggettivo meglio di questo può descrivere il bizzarro, controverso, assurdo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” di Roy Andersson? A cominciare dal titolo, l’opera del regista svedese lascia incuriositi e perplessi. Delle tante interpretazioni che sono state date al piccione, che peraltro compare una sola volta nei primi minuti della pellicola, mi permetto di adottare la sola che non mi lasci più stranito di quanto non lo faccia già il film in sé e per sé. Credo che il senso sia: l’immagine irenica di un pennuto immerso nella natura ci induce a pensare che debba meditare su qualcosa di profondo, ma probabilmente sta solo riposando; allo stesso modo lo schermo cinematografico propone una sequenza di fotogrammi evocativi e noi che guardiamo ci arrovelliamo a decifrarli arrischiandoci in pericolosissime elucubrazioni alla ricerca di un significato che spesso semplicemente non c’è. Un piccione è un piccione, sembra dirci Andersson. Tautologia banalissima, che tuttavia gli è valsa il Leone d’oro a Venezia tre anni fa. Questo perché il messaggio passa attraverso una modalità insolita nel cinema di tutti i tempi: la presa in giro (viva gli eufemismi!) dello spettatore.

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#cineBIT: Sanjuro (1962) di Akira Kurosawa — ovvero Socrate con la katana

Akira Kurosawa. Basta questo antroponimo esotico per evocare immagini di maestosi paesaggi collinari e di guerrieri poderosi che brandiscono solennemente la propria spada, in attesa del nemico. Film come I sette samurai hanno infatti contribuito a introdurre nell’immaginario comune l’idea che il cinema epico giapponese si avvalga unicamente di un linguaggio, per quanto brillante, enfatico, altisonante, rumoroso. Eppure, come ogni grande regista, Kurosawa sfugge a questo tipo di definizioni perentorie. Lo dimostra Sanjuro, film del 1962 girato prevalentemente in interni con notevole inventiva e ironia. Concepito come il sequel de La sfida del samurai, vanta una trama molto articolata: nove giovani esponenti di un clan accusano il ciambellano, Mutsuta, di corruzione, sennonché colui che inizialmente si pensava un onesto sovrintendente, Kikui, si rivela essere il colpevole. L’agnizione è resa possibile grazie a un personaggio bizzarro e apparentemente superficiale, Sanjuro, il quale intuisce l’inganno di Kikui e lo comunica agli altri. Scoperto, il sovrintendente decide di imprigionare Mutsuta e di eliminare i nove samurai che minacciano di denunciarlo pubblicamente. Sanjuro salva la vita ai giovani e libera col loro aiuto, dopo una serie di peripezie, il ciambellano.

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