CinePhilo

Recensioni cinematografiche

Author: Vittorio Mollo

#CineFocus: L’uomo che narra e l’animale che vede

  1. Loro come noi, noi come loro

Nell’ondata contro-buonista che ha afferrato il cinema – e, forse, per estensione, tutte le arti – dalla fine del secolo scorso vi è interessante esempio, all’inizio degli anni 2000, nella profonda critica alla celebre, e intessuta nell’immaginario, antropomorfizzazione degli animali ad opera dei film d’animazione. Problematica massimamente presente tra le cause dichiarate del lento abbandono del pubblico nei confronti dei film animati bidimensionali: i “classici” o “grandi classici” della Disney, i cui canti del cigno sono stati il pessimo Mucche alla riscossa e l’interessante ma intrinsecamente datato La principessa e il ranocchio (il cui leit-motiv è, non a caso, la trasformazione magica, voodoo, in animale). Diversamente ha agito la Pixar in cui, salvo i casi di Alla ricerca di Nemo e Ratatouille[1] (in cui comunque animale e uomo sono separati dalla barriera linguistico-comportamentale, ovvero: l’animale è animale, anche nel momento di massimo protagonismo e la cosa è accentuata dalla profonda radicalizzazione della prospettiva volumica), l’animale è privo del linguaggio, muto, figura esteriore e ingombrante – Buster in Toy Story – o che, con la tecnologia, sostitutiva del magico, riceve la parola – Dug in Up – spostando totalmente il focus su di un protagonista antropomorfo o comunque “robotico” (WALL-E, le automobili in Cars, ma più semplicemente i giocattoli). Detto altrimenti, la fine del mondo della fiaba – che comunque, tra Andersen, Collodi e Perrault, aveva ispirato gran parte dell’animazione disneyana – per approdare al reame degli uomini, in un procedimento tanto caro alla dimensione epica.

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#FuocoIncrociato: Spotlight: Il nulla della rivelazione

Scena del film Spotlight (2015) di Tom McCarthy
Cosa sia The Wire per la storia delle televisione seriale è una cosa che si ha forte difficoltà a comprendere. Dimenticato pressoché totalmente dagli Emmy – i premi di maggiore prestigio per una serie televisiva – e accompagnato da ascolti non necessariamente entusiasmanti (per tacere della distribuzione italiana), lo show di David Simon è tuttavia annoverato dalla quasi unanimità della critica [ma chi sono i “particolari” che compongono l’”universale” che porta il nome di “critica”?] come la più cinematografica, letteraria e – giusto aggiungerlo – riuscita (vige qui l’amichevole confronto con la altrettanto stupenda e coeva I Soprano, leggermente retrò) serie televisiva di sempre. La serie affronta, attraverso la metodologia del procedural ma soprattutto del drama, la corruzione a tutti i livelli nella città di Baltimora e ha il suo fulcro in un distaccamento speciale della polizia che deve intercettare (da qui il titolo wire = filo, che in gergo sta per “cimice”) le bande criminali dei projects, i quartieri popolari. Nella quinta e ultima stagione, sicuramente la meno magnifica, è introdotta la redazione di un quotidiano, il Baltimore Sun, insieme a quello che è l’antagonista minore e viscido della serie, Scott Templeton.

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