CinePhilo

Recensioni cinematografiche

Author: Vittorio Mollo

#CPmeetsTBU: Phantom Thread (2017)

Immagine da The Phantom Thread (2017) di Paul Thomas Anderson

C’era un tempo un’istanza altmaniana nel cinema di Paul Thomas Anderson. Era un’istanza costituita attraverso la mutuazione da un certo Altman – quello di America oggi e Un matrimonio, ma anche de I protagonisti, Nashville e, ante litteram, di Radio America – di un cinema fatto di collettività e di provincia, di moltiplicazioni narrative coniugate con buona eleganza. Da quella istanza nascevano Sydney, solido film d’esordio, forse troppo “indipendente, e i primi capolavori, Boogie Nights e Magnolia, fino alle sfumature romantiche di Ubriaco d’amore, un detour che lo congedava (forse) definitivamente dal maestro.

Il parricidio si compiva, però, con i capolavori della seconda fase, Il petroliere e The Master. Cantati entrambi dalle musiche notturne e demoniache di Jonny Greenwood, ridimensionavano notevolmente le quantità di narrativa in gioco per moltiplicare esponenzialmente la quantità di cinema, mostrando, forse chiaramente per la prima volta, la cifra stilistica e cinematografica del suo autore. Studi di persona trasformati lentamente in gigantomachie (dando a Dano, Hofman, Day-Lewis e Phoenix i migliori personaggi delle loro carriere), inseriti in contesti sedimentati sulla disperazione – cui nessun drenaggio sfugge – e trasfigurati in finali irrisori in quanto disarmanti. Studio di persona rappresentato anche da, seppur parzialmente, Vizio di forma, che riprende Altman e lo droga attraverso Thomas Pynchon, in un progetto sicuramente in parte interlocutorio, ma dall’esito felice e godurioso.

Read More

#cineTOP: i migliori film del 2017 — Parte seconda (10-1)


10. Toni Erdmann – Maren Ade

Chi sono i nostri padri? Cosa ci lega a loro? Dove si cela il debito – genetico, ma anche comportamentale, emozionale e “di classe” – di un figlio nei confronti di chi l’ha creato? E, in definitiva, c’è una giustificazione ultima – diversa dall’istituzione familiare – per legittimare un affetto che, in un certo senso, è “dovuto” da ambo le parti? Maren Ade, regista tedesca, racconta l’inferno rappresentato dai rapporti tra padri e figli adultissimi in una commedia di tre ore che prende il nome di un equivoco linguistico ed ontologico, Toni Erdmann appunto. La trama è un pretesto: Winfred, pensionato e vedovo, decide di alleviare la tensione lavorativa della figlia in carriera Ines con scherzi e burle, travestendosi, infine, da un personaggio immaginario e molesto, un uomo d’affari sotto il nome di Toni Erdmann. Si sbaglia se si pensa che quella di Maren Ade sia una commedia sul potere liberatorio della risata, sulla necessità della burla come componente essenziale di rivolta nella società contemporanea. Si sbaglia perché l’operazione cela in realtà sfaccettature molto più sottili e oscure. Se quello operato da Ines è un nascondimento della propria origine, del proprio Es, lo scontro con il padre – che è figlio e che non è Super-Io – non può che rivelare lo scoperchiamento di un’anima non riconciliata, l’esposizione vergognosa di un compromesso, a fronte di una sublimazione (ir)risolta, come nella bellissima, divertentissima, scena della festa di compleanno. E un sottofinale dolente di affetto familiare (vicino, per motivi e atmosfere, a quello di Dio esiste e vive a Bruxelles) che apre, invece, ad un finale incendiario, non riconciliato, che mostra le spoglie di una vittoria di cartone. Due protagonisti fenomenali – menzione speciale per Sandra Huller.

Read More

#cineTOP: I migliori film del 2017 — Parte prima (25-11)

Stilare una lista è sempre impossibile. Stilare una lista che affronti i due più grandi delfini (o mostri) dell’arbitrarietà, ovvero il gusto personale e una qualsiasi circoscrizione temporale, è cosa che non deve esistere. A maggior ragione se si considerano i soli film distribuiti nelle sale in Italia in un anno solare, che può presentare film pensati per cronologie o poetiche molto lontane tra loro.

Tuttavia, il motivo principale di ogni lista deve essere la possibilità di un universale, di un criterio pseudo-ultimo che possa dare ordine ad una selezione dettata, forse, dal caso. È il motivo per cui una lista deve sì affrontare il gusto personale, ma anche poi sviscerarlo, renderlo innocuo, analizzare le categorie che hanno portato lo stesso gusto a formarsi. È il motivo, anche, per cui ogni lista è strutturalmente incompleta: non si può visionare tutto.

La lista qui presente prova a fare un ranking ragionato – e anche basato sull’amore – dei 25 migliori film distribuiti in Italia dal primo gennaio al trentuno dicembre 2017, presentando dunque una varietà dovuta alla natura composita di una simile circoscrizione: film distribuiti nel mondo nell’anno precedente, film con bassa distribuzione recuperati in mercati dormienti (quello estivo e tardo-primaverile), film italiani o europei in anteprima rispetto al mercato mondiale (leggi: statunitense). Sono stati esclusi prodotti estranei al circuito delle sale, ovvero serie televisive (nessuno si aspettasse Twin Peaks) o qualunque audiovisivo distribuito su piattaforme streaming (e.g. Netflix).

Come già detto, non è stato possibile visionare ogni cosa (come ad esempio Coco, la nuova fatica Pixar, che piace pensare sarebbe stata in lista), anche se si è provato a recuperare ogni film da recuperare. Fa macchia l’assenza totale di film italiani, a margine di un anno particolarmente opaco per il cinema nostrano.

Ogni classifica nasce probabilmente sbagliata come suo non-potere intrinseco. La speranza è che, nella parzialità del suo contesto, questa classifica possa essere assolutamente meno sbagliata di molte altre.

Read More

#CineFocus: L’uomo che narra e l’animale che vede

  1. Loro come noi, noi come loro

Nell’ondata contro-buonista che ha afferrato il cinema – e, forse, per estensione, tutte le arti – dalla fine del secolo scorso vi è interessante esempio, all’inizio degli anni 2000, nella profonda critica alla celebre, e intessuta nell’immaginario, antropomorfizzazione degli animali ad opera dei film d’animazione. Problematica massimamente presente tra le cause dichiarate del lento abbandono del pubblico nei confronti dei film animati bidimensionali: i “classici” o “grandi classici” della Disney, i cui canti del cigno sono stati il pessimo Mucche alla riscossa e l’interessante ma intrinsecamente datato La principessa e il ranocchio (il cui leit-motiv è, non a caso, la trasformazione magica, voodoo, in animale). Diversamente ha agito la Pixar in cui, salvo i casi di Alla ricerca di Nemo e Ratatouille[1] (in cui comunque animale e uomo sono separati dalla barriera linguistico-comportamentale, ovvero: l’animale è animale, anche nel momento di massimo protagonismo e la cosa è accentuata dalla profonda radicalizzazione della prospettiva volumica), l’animale è privo del linguaggio, muto, figura esteriore e ingombrante – Buster in Toy Story – o che, con la tecnologia, sostitutiva del magico, riceve la parola – Dug in Up – spostando totalmente il focus su di un protagonista antropomorfo o comunque “robotico” (WALL-E, le automobili in Cars, ma più semplicemente i giocattoli). Detto altrimenti, la fine del mondo della fiaba – che comunque, tra Andersen, Collodi e Perrault, aveva ispirato gran parte dell’animazione disneyana – per approdare al reame degli uomini, in un procedimento tanto caro alla dimensione epica.

Read More

#FuocoIncrociato: Spotlight: Il nulla della rivelazione

Scena del film Spotlight (2015) di Tom McCarthy
Cosa sia The Wire per la storia delle televisione seriale è una cosa che si ha forte difficoltà a comprendere. Dimenticato pressoché totalmente dagli Emmy – i premi di maggiore prestigio per una serie televisiva – e accompagnato da ascolti non necessariamente entusiasmanti (per tacere della distribuzione italiana), lo show di David Simon è tuttavia annoverato dalla quasi unanimità della critica [ma chi sono i “particolari” che compongono l’”universale” che porta il nome di “critica”?] come la più cinematografica, letteraria e – giusto aggiungerlo – riuscita (vige qui l’amichevole confronto con la altrettanto stupenda e coeva I Soprano, leggermente retrò) serie televisiva di sempre. La serie affronta, attraverso la metodologia del procedural ma soprattutto del drama, la corruzione a tutti i livelli nella città di Baltimora e ha il suo fulcro in un distaccamento speciale della polizia che deve intercettare (da qui il titolo wire = filo, che in gergo sta per “cimice”) le bande criminali dei projects, i quartieri popolari. Nella quinta e ultima stagione, sicuramente la meno magnifica, è introdotta la redazione di un quotidiano, il Baltimore Sun, insieme a quello che è l’antagonista minore e viscido della serie, Scott Templeton.

Read More

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén