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Recensioni cinematografiche

Category: #cineBIT (Page 1 of 5)

#cineBit: Il settimo continente (1989) di Michael Haneke. Una glaciazione fatta di oggetti.

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Spesso il cinema ha provato a mettere in scena l’alienazione della società contemporanea, figlia del progresso tecnologico, portando in superficie l’irrazionalità celata dietro le più ordinate esistenze. Pur trattandosi di questioni ampiamente dibattute, non solo a livello filosofico, proprio il cinema ha forse il merito di mostrarne più dettagliatamente le contraddizioni, affidando alle immagini il compito di mantenerne l’ambivalenza.

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#cineBIT: Duel (1971)

È il novembre del 1971: la serie antologica ABC Movie of the Week ospita al proprio interno Duel, esordio del regista ventiquattrenne Steven Spielberg, e tratto da un racconto dello scrittore Richard Matheson. Il film, realizzato in soli tredici giorni e con un budget di appena 450mila dollari, apre immediatamente al giovane regista le porte del Vecchio Continente: Duel è quindi portato a novanta minuti di durata per poter uscire nelle sale, e il nome del regista inizia a circolare tra gli addetti ai lavori.

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#cineBIT: Il piccolo principe (Mark Osborne – 2015)

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Il piccolo principe di Mark Osborne (2015) è un bel film ignorato dalla grande critica, come spesso accade per molti lavori provenienti oltralpe, dalle case di produzione francesi (a mio parere le migliori d’Europa).
Riportare il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry del 1943, ormai classico dell’immaginario di grandi e bambini, in ogni angolo del mondo, non era assolutamente facile, così come accade quando si va a trasformare in materiale cinematografico un famoso testo scritto. La Walt Disney è maestra in queste operazioni e nonostante ciò, spesso finisce nelle spire di critici improvvisati e non, i quali pretenderebbero più fedeltà.

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#cineBIT: Intolerance (1916) di David Wark Griffith: Una culla per l’umanità

Scena del film Intolerance (1916) di David Griffith

Intolerance è uno dei capisaldi della storia del cinema muto e del cinema in generale, un’opera lunga, elaborata e complessa che affronta temi storico-morali con grande maestria. Filo conduttore, neanche a dirlo, è l’intolleranza: l’intolleranza che, attraverso i secoli, ha sempre contraddistinto la specie umana in senso prettamente negativo, distruttivo, controproducente. Il maggior merito di Griffith è che non solo egli ha presentato questa tesi, ma ha anche voluto dimostrarla, proprio tramite il medium cinematografico; come casi emblematici, il regista statunitense ha scelto 4 periodi che, insieme, abbracciano un totale di circa 2500 anni di storia. La scelta, tutt’altro che casuale, ricalca i quattro generi più diffusi all’epoca:
colossal: la caduta di Babilonia nel 539 a.C.;
– passioni: la crocifissione di Gesù in Giudea nel I secolo;
art français: la strage degli ugonotti del 1572 in Francia a San Bartolomeo;
– dramma sociale: il grande sciopero del 1914 negli Stati Uniti.

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#cinebit: Le Avventure del Principe Achmed (1926) di Lotte Reiniger: Quando il ritaglio diventa cinema

Scena del film Die Abenteuer des Prinzen Achmed (1926) di Lotte Reiniger

Buona parte delle fonti si riferiscono a Lotte Reiniger come una grande “animatrice di silhouettes”, un titolo che non capita spesso di leggere o sentire. Nata verso la fine del 1800, l’artista tedesca ha vissuto pienamente il periodo degli albori del cinema, rivelando una particolare abilità che le ha permesso di lavorare a pieni titoli nell’ambiente cinematografico dell’epoca: il ritaglio. Molti dei suoi lavori, unicamente animazioni, si rifanno alle storie orientaleggianti de Le Mille e una Notte, di cui richiamano anche l’ambientazione, nonché episodi di opere liriche tra cui quelle di Mozart e Bizet. Il suo capolavoro, tuttavia, è considerato all’unanimità Le avventure del Principe Achmed, un’opera impressionante, già solo considerandone le 300.000 singole inquadrature tagliate a mano in modo quasi maniacale, una per una, pezzettino per pezzettino. Questa miriade di ritagli effettuata tra il 1923 e il 1926 ha dato vita ad una vera e propria perla della silent era che, con i suoi 65 minuti, rappresenta uno dei primi lungometraggi e film d’animazione della storia del cinema.

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#cineBIT: Sanjuro (1962) di Akira Kurosawa — ovvero Socrate con la katana

Akira Kurosawa. Basta questo antroponimo esotico per evocare immagini di maestosi paesaggi collinari e di guerrieri poderosi che brandiscono solennemente la propria spada, in attesa del nemico. Film come I sette samurai hanno infatti contribuito a introdurre nell’immaginario comune l’idea che il cinema epico giapponese si avvalga unicamente di un linguaggio, per quanto brillante, enfatico, altisonante, rumoroso. Eppure, come ogni grande regista, Kurosawa sfugge a questo tipo di definizioni perentorie. Lo dimostra Sanjuro, film del 1962 girato prevalentemente in interni con notevole inventiva e ironia. Concepito come il sequel de La sfida del samurai, vanta una trama molto articolata: nove giovani esponenti di un clan accusano il ciambellano, Mutsuta, di corruzione, sennonché colui che inizialmente si pensava un onesto sovrintendente, Kikui, si rivela essere il colpevole. L’agnizione è resa possibile grazie a un personaggio bizzarro e apparentemente superficiale, Sanjuro, il quale intuisce l’inganno di Kikui e lo comunica agli altri. Scoperto, il sovrintendente decide di imprigionare Mutsuta e di eliminare i nove samurai che minacciano di denunciarlo pubblicamente. Sanjuro salva la vita ai giovani e libera col loro aiuto, dopo una serie di peripezie, il ciambellano.

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#cineBIT: Kynodontas (2009): l’importanza di chiamarsi Bruce

Locandina di Kynodontas (2009) di Yorgos Lanthimos

Pensavo che dopo aver visto Happiness di Todd Solonz sarei stata abbastanza temprata da guardare qualsiasi film. Falso. Dimentico spesso che il mondo cinematografico è più vasto e oscuro di quanto io possa mai immaginare e che spesso dal mucchio saltano fuori veri e propri lungometraggi che ti lasciano spiazzati davanti allo schermo per ben novantadue minuti – senza smettere mai di stupire.

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#cineBit: Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Robert Wiene: Agli albori del cinema espressionista tedesco

Scena del film Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Robert Wiene

Con questa schermata si apre il capolavoro del regista tedesco Robert Wiene, datato 1920. Per un film di quell’epoca, un film muto, agli albori della settima arte, probabilmente non ci si aspetterebbe un tale livello di sperimentalismo, a partire proprio dai titoli di testa. Lo stile dei titoli di testa, nonché degli intertitoli e dei titoli di coda, è infatti estremamente all’avanguardia, tanto che il «font» e i colori sembrano ricordarci quelli di Tarantino, a cui al giorno d’oggi il nostro occhio cinematografico contemporaneo è ben più che abituato: entrambi vivaci e saturi, creativi, visivamente aggressivi. Così, insomma, si apre questa perla dell’epoca dei silent movies, film che in realtà, sottolineiamolo subito, muti non erano.

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#cineBit: The Lobster (2015) di Yorgos Lanthimos: il volto armonico della distopia.

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Essere in coppia è ormai per un giovane non più una libertà ma un obbligo,
in quanto paura di non essere pari alle libertà che gli vengono concesse
P.P. Pasolini, Scritti Corsari

Ogni sistema politico cela dietro un velo apollineo norme e tabù macchiati di sangue. L’armonia delle forme trionfalmente ostentate non deve trarre in inganno: la calma è apparente, nelle acque più profonde nuotano gli indicibili abominii della ragione. In questo senso, anche il primo sguardo che gettiamo su The lobster di Yorgos Lanthimos è uno sguardo di superficie, destinato a rivelarsi ingannevole. I primi fotogrammi mostrano un uomo sulla quarantina – un silenzioso e rassegnato Colin Farrell – con il suo border collie, mentre raggiunge un hotel un po’ kitsch in riva al mare. Potrebbe trattarsi di un film sul vuoto esistenziale di un uomo solo alla ricerca di un senso, a metà tra Lost in translation e Anomalisa. In un certo senso è così, solo che non si tratta di un percorso autonomo, nè di una libera ricerca, bensì di un’ingiunzione esterna. David, appena abbandonato dalla moglie fuggita con un altro uomo, è stato condotto all’hotel con uno scopo preciso: trovare entro quarantacinque giorni una persona con cui formare una nuova coppia. Le carte sul tavolo si rimischiano. David non è più ora semplicemente un uomo solo, ma un uomo che non deve restare solo. La sua non è una condizione esistenziale – forse lo è, ma solo incidentalmente – bensì una questione politica.

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#CineBit: The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson: Una fiaba color pastello

Scena del film The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson

The Color Motion è un sito web che presenta alcuni film in maniera piuttosto originale, vale a dire tramite il loro spettro cromatico; l’idea di base è di catturare il colore principale di ogni fotogramma per poi riprodurli in serie fino a costruire lo spettro rappresentativo di ogni film. Tra i molti già presenti, quelli che più catturano l’attenzione sono naturalmente i film con maggior variazione e originalità cromatica. Tra questi, il regista (nonché filosofo!) Wes Anderson non poteva assolutamente mancare.

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