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Recensioni cinematografiche

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#cineBIT: I figli della notte (De Sica, 2017) – Un esordio tagliente come le Alpi

Scena di I figli della notte (De Sica, 2017)

Il film d’esordio di De Sica (junior junior) è stato presentato in anteprima nazionale alla 34ª edizione del Torino Film Festival del 2016 ed è uscito nelle sale successivamente nel 2017. In generale il film è passato abbastanza in sordina, nonostante abbia anche ottenuto numerosi premi, diretti al regista, alla musica ed alla fotografia. Effettivamente I figli della notte deve molto alla fotografia: è un film buio, cupo, tetro, non solo a livello di colori e luci, ma anche e soprattuttto a livello di contenuti, dialoghi ed intreccio. Si presenta come una fiaba, ma di fiabesco ha ben poco. Se la trama, il titolo e le sequenze iniziali ricordano fortemente L’attimo fuggente e ci strappano un sorriso (sorriso di chi spera in una “setta dei poeti estinti” #2 o in un nuovo illuminante Robin Williams), non ci vogliono molti minuti a capire che De Sica ha in serbo per noi tutt’altro film.

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Castaway on the Moon (Lee Hae-Jun, 2009) – Quando l’obiettivo tocca la realtà

Scena di Castaway on the Moon (Lee Hae-Jun, 2009)

Tutti dovrebbero vedere, almeno una volta, Castaway on the Moon – titolo insolitamente non tradotto dall’industria cinematografica italiana e la cui versione originale coreana (김씨 표류기) sarebbe qualcosa del genere “Mr. Kim alla deriva”. Un titolo che, sottolineamolo da subito, sarebbe stato assolutamente più appropriato, perché il protagonista del film si chiama Kim, ma “Kim” è anche il cognome di più della metà della popolazione sud-coreana. Già nel titolo, quindi, è intrinseca l’idea che il nostro Mr. Kim rappresenta in realtà tutti i Kim o, volendo estendere il concetto ancora un po’, rappresenta l’uomo medio. In ognuno di noi c’è un po’ di Mr. Kim. Il film inizia sorprendentemente con il suo suicidio, dovuto ad insoddisfazione lavorativa, amorosa, ad un senso di fallimento costante e totale. Un tale fallimento, da fallire perfino nel suicidio…

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#cineBIT: Melancholia (2011) di Lars von Trier — Tornare alla terra

“Papà ha detto che non c’è più niente da fare..” “Ha dimenticato la grotta magica.”

E anche stavolta di fronte all’ennesimo capolavoro del regista Lars von Trier non possiamo che rimanere scossi e alzare le mani, farci muti e restare a guardare ciò che ci resta addosso del film, anche a film concluso. Melancholia, plurinominato e pluripremiato, esce nel 2011 in assoluta continuità e allo stesso tempo discontinuità con la filmografia precedente di von Trier. Continuità per il carattere estremamente enigmatico e inafferrabile con cui ci viene presentata ogni singola scena, ma in realtà questo stampo oscuro e inaccessibile riguarda anche l’interezza dei suoi film, mai riducibili a un’interpretazione univoca, compiuta e definitiva. Discontinuità perché toccando questioni “cosmiche”, permette al suo ideatore di rivelarci da un’angolazione nuova e originale argomenti e intuizioni che però rimangono riconoscibili e tipiche del genio Lars von Trier.

Sulle note di Wagner, il momento iniziale della pellicola si presenta come una serie di fotogrammi pensabili, se presi insieme, come l’espressione compiuta del film. Questa sequenza non semplicemente riassume il contenuto del film, ma è il film stesso; si apre infatti con la protagonista Justine che, immobile, dischiude gli occhi mentre sagome di uccelli piovono dal cielo, e si conclude con l’apicale scontro tra la Terra e il pianeta Melancholia. Ecco che, nella sequenza completa di queste singole immagini, cominciano già a dispiegarsi gli elementi fondamentali che caratterizzeranno tutta la pellicola: l’espressione vuota di Justine, il pianeta, la caduta del cavallo come fisico “ritorno alla terra” e il contatto con un mondo naturale e animale – forse sempre più lontano e per certi versi inquietante – che Justine cercherà di ristabilire fino alla fine. C’è anche il suo tentativo di slegarsi dalle corde che, vestita da sposa, la imprigionano e le impediscono il libero movimento, il richiamo a Ofelia sdraiata sul fiume e, per finire, la collisione e poi l’esplosione dei due pianeti.

JUSTINE (parte prima)
Nella prima scena della prima parte del film, Justine ride: ciò non succederà quasi più per tutto il resto del film. I due novelli sposi già dai primi momenti si trovano letteralmente incastrati in situazioni banalmente pratiche e contingenti, come quella in cui una macchina a causa delle sue dimensioni non riesce a percorrere una strada troppo stretta. Già da questa scena così – forse inutilmente ma di certo volutamente – lunga, emerge la precisione di von Trier nel voler mostrare una pesantezza del vivere che si manifesta anche in questi intoppi così “umani, troppo umani”. Justine sembra quasi sollevata nell’arrivare in ritardo alla festa del suo matrimonio, tant’è che più avanti, Claire, la sorella, le chiederà se avesse veramente voluto quel momento e lei, molto enigmaticamente le risponderà di volerlo certamente. Dialogo, quello tra le due sorelle, criptico tanto quanto l’affermazione del padre – uno dei pochi esseri umani da cui Justine sembra sempre aspettarsi qualcosa – che le dirà: “Non ti ho mai vista così felice”, nonostante lei non lo fosse nemmeno apparentemente.

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#cineBIT: District 9 (2009) di Neill Blomkamp – Tra scontro e alterità.

In tempi di migrazioni globali e di incontri tra culture, un film come District 9 riesce ad affrontare alcune questioni spinose in maniera originale, senza rinunciare a una buona dose d’azione tipica del genere. Secondo le parole dello stesso regista, il sudafricano Neill Blomkamp, il film mira innanzitutto all’intrattenimento, mettendo insieme science-fiction, spettacolo e umorismo. Tuttavia, non ci si deve sforzare molto per sviluppare un’interpretazione più esplicitamente politica. Il film tocca infatti una serie di punti che dovrebbero essere all’ordine del giorno dei principali governi nazionali. Dalla gestione delle emergenze umanitarie e dei flussi migratori, passando per la necessità di sviluppare un dialogo interculturale, District 9 è sì un film di fantascienza, ma pur sempre un film in grado di porre alla spettatore una domanda fondamentale: fino a che punto siamo in grado di accettare l’alterità nelle sue diverse declinazioni? Questione che costringe a riflettere sia sulla possibilità di estendere universalmente diritti e doveri umani al non-umano sia sul concetto di essenza umana (l’uomo/l’umanità/la specie umana), che tanto influenza la nostra stessa costruzione identitaria.

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#cineBIT: Her (2014) di Spike Jonze; Ex Machina (2014) di Alex Garland. Voce senza corpo, voce di macchina

Risultati immagini per her film

In un futuro distopico, non troppo lontano dal nostro tempo attuale, la virtualità mediatica domina la vita dell’uomo. Theodore (interpretato da un grande Joaquin Phoenix), un uomo abbastanza introverso, solo e tendenzialmente asociale in un mondo sempre più “social”, soffrendo per il divorzio con la moglie Catherine, cerca di distrarsi con il suo lavoro, che consiste nello scrivere lettere per conto di altri, attraverso un dettato a voce rivolto al computer. Sempre più alienato dal mondo, per colmare il vuoto creato dalla solitudine, decide di comprare un software all’avanguardia, “OS 1”, dotato di un’intelligenza artificiale capace di mutare ed evolvere in base alle esigenze dell’utente. Una volta installato il nuovo sistema operativo, una voce calda di donna comincia a parlare con Theodore attraverso dispositivi elettronici, quali computer e smartphone. Da qui comincia una lunga e via via più intensa relazione tra i due: tra uomo e macchina, tra uomo e voce senza corpo.

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#cineBIT: Waking Life (2001) di Richard Linklater — “Esiste un solo istante, ed è l’eternità”

“Risvegliare la vita”, o qualche cosa che abbia a che fare con la necessità di rimettere in moto, dopo il torpore, le funzioni vitali di un corpo che dormiva. Questa una possibile traduzione del titolo “Waking life”, film uscito nel 2001 per genio del regista statunitense Richard Linklater. Lungometraggio singolare già solo per la tecnica con cui è stato realizzato, ovvero il rotoscope, che consiste nel creare, partendo da attori reali, delle figure che risultino realistiche pur essendo state traslate in un cartone animato; la stessa procedura è stata usata ad esempio da George Dunning per creare il memorabile film d’animazione che ha come protagonisti i Beatles.

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#cineBIT: Inception (2010) di Christopher Nolan — Sogno o realtà?

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Attraverso un’alternanza, talora indistinta, tra sogno e realtà, la visionarietà di Inception sa sorprendentemente catturare lo spettatore all’interno della labirintica stratificazione onirica dell’inconscio. Quest’ultimo si presenta, in parte come rielaborazione dei materiali percettivi a livello conscio, ed in parte come  “pura creazione”, a detta del protagonista Cobb  (interpretato dallo straordinario Leonardo di Caprio). Egli fa un lavoro alquanto delicato, ovvero l’“estrazione dall’inconscio”, su commissione, di informazioni preziose. Ma un importante imprenditore, di nome Saito (Ken Watanabe), di una grossa azienda miliardaria gli chiede di fare un lavoro inverso, ossia “impiantare” un’idea, piuttosto che “estrarla”: si tratta di entrare nell’inconscio del figlio del rivale di Saito, di nome Fischer (Cillian Murphy), e di “innestare” in lui l’idea di dividere e distruggere la grande eredità del padre, proprietario di una colossale multinazionale che fa concorrenza a quella di Saito, in modo che quest’ultimo possa così continuare ad avere il monopolio commerciale. Pertanto, Cobb, insieme ad una squadra di “specialisti dell’inconscio”, dovrà convincere Fischer a costruire una propria azienda  (che nel risultato dovrebbe essere economicamente più debole di quella di Saito). Tutto ciò può avvenire solo operando un’ “inception”, cioè un “innesto” di un’idea che è paragonabile ad un virus — come asserisce il protagonista in più parti del film — perché è capace di attecchire nell’inconscio a tal punto da radicarsi nella mente anche dopo il risveglio, e quindi nella realtà. Cobb in passato ha già sperimentato l’innesto su sua moglie: entrambi avevano coltivato la passione di “navigare” nell’inconscio attraverso un’apparecchiatura, chiamata “Pasiv”, che usa sostanze stupefacenti in grado di indurre al sonno e di connettere i sogni di chi la utilizza, cosicché essi risultino sogni condivisi. Ma la coppia è scesa troppo in profondità: i sogni costituiscono un abisso di strati, in cui il tempo percepito scorre più lentamente rispetto alla realtà, e, man mano che si scende di livello, esso aumenta esponenzialmente fino ad arrivare ad un livello, il limbo, dove Cobb e la moglie si sono costruiti un mondo tutto loro,  in cui il tempo pare essere infinito. Il tema del tempo è centrale nell’intero corso del film — non a caso la sua colonna sonora, composta dal maestro Zimmer, si intitola Time — e sviluppa in parallelo la concezione del tempo di Bergson. Il “tempo della scienza”, come lo denominava il grande filosofo francese, corrisponde al tempo della realtà, quello esterno a noi, che costituisce il succedersi omogeneo di ore, minuti, secondi. Il “tempo della coscienza” o “spirituale”, cioè quello interiore, il fluido scorrere di una temporalità attraversata da ricordo e sentimento, è assimilabile a quello del sogno, in cui l’anima e la mente sono libere di determinarsi da sé. E proprio il ricordo è un elemento che sta molto a cuore a Nolan, che non rinuncia a rappresentare in un altro suo capolavoro, vale a dire Memento — interpretato da un notevole Guy Pearce. Qui l’atto di ricordare è fondamentale per la costruzione e il mantenimento dell’identità. Emblematiche, da questo punto di vista, sono le crude scene in cui il protagonista si scrive addosso — proprio sulla pelle — degli appunti, per non dimenticare ciò che ha fatto o che si propone di fare.

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#cineBIT: Bambi (1942) — La natura negli anni della guerra

In occasione della giornata della memoria, cercavo nel mio personale archivio quale film d’animazione potesse essere adatto all’occasione. Non ne ho trovati molti, in verità, e la maggior parte in mio possesso trattavano altri aspetti della guerra mondiale. Tuttavia, riflettendo, il pensiero s’è soffermato sulle opera della Walt Disney, mia grande passione: «Qual è il film d’animazione che meglio tematizza la guerra e alla sua desolazione?». Pochi, anzi, nessuno di questi film in modo diretto, tranne forse qualche cortometraggio propagandistico. Ma bastava cambiare la domanda: «Come ha risposto Walt Disney al secondo conflitto mondiale?». La risposta era chiara: Bambi film del 1942, il cuore della seconda guerra mondiale.

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#cineBit: La fiammiferaia (1989). Uno sguardo silenzioso sulla fragilità umana

 

     Esiste qualcosa di più piccolo di un fiammifero da cui prendere spunto per raccontare una storia? Credo proprio di no. Esiste però, forse, qualcosa che può essere ben più fragile, più facile da spezzare persino di un comune fiammifero: l’esistenza umana.

 

 

Il regista finlandese Aki Kaurismaki ha rivolto il suo sguardo silenzioso agli ultimi, ai reietti, agli emarginati, agli umiliati e offesi della società in molti dei suoi film. Ma lo ha fatto in maniera particolarmente diretta e riuscita nella cosiddetta “trilogia dei perdenti”. Apre il ciclo Obre in paradiso (1986), seguito da Ariel (1988) per concludersi con il film La fiammiferaia (1990).

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Hell or High Water (2016) di David Mackenzie — il cuore della trilogia sulla nuova frontiera americana


Un’inferno di afa e fuoco che devasta le praterie del Texas, in cui l’ unica forma di movimento sembra essere quella delle pompe per l’estrazione del petrolio. Paesaggi immensi in cui si incontrano paesi fantasma ormai spopolati e lunghe strade costellate di cartelli pubblicitari di prestiti. Il cielo è sempre grigio, l’atmosfera è sempre cupa e lugubre. Questo è lo scenario dove si svolge la vita dei fratelli Howard nel film Hell or High Water, diretto da David Mackenzie. L’ambientazione è un importante elemento che accomuna il film agli altri due appartenenti alla trilogia informale dello sceneggiatore Taylor Sheridan, Sicario (2015) e Wind River (il debutto alla regia di Sheridan), in uscita nelle sale italiane la prossima primavera. I luoghi in cui sono ambientati questi film sono sempre luoghi di confine: in Sicario è il confine tra gli Stati Uniti e il Messico, in Wind River  è il confine di una riserva indiana, mentre in Hell or High Water sono ripresi i luoghi classici della frontiera americana, il vecchio West. 

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