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Recensioni cinematografiche

Category: #cineFOCUS

#cineFOCUS: Interview with Iranian director Abdolreza Kahani through “Delighted” (2016)

 

Poster of “Delighted” (2016)

Some weeks ago I had the pleasure to watch “Delighted” [in Parsi, German sub] and personally meet director Abdolreza Kahani.

He comes from Nishapur, Iran and lives now in Paris, France. This interview follows our meeting in Karlsruhe, Germany and integrates my personal view of the movie. It follows 10 main topics.

[below: original Parsi text]

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#cineOS: Assassins’s creed rant on nature’s predisposition bollocks (or crash course in genetics)

So hear me out: In psychology, one gene is not the key for solving the behaviour mysteries. Only with the complex relationship between genes, environment, and individual development we can grasp a bigger picture of one’s psyche. This may sound completely nonsensical, but stick with me, I have a reason to start this way.

Assassin’s Creed (2016) was a bad movie. I doubt many people here will be startled by this statement (or even watched it). There are many reasons why; but one in particular rubbed my brain. You see, I happen to be a psychologist student, and inevitably my behavioural-sciences-bullshit facts’ radar pointed my attention towards a dialogue excerpt from the movie. I would like to discuss that scene, not because I believe my criticism would stack this gloated piece of consumption right in its heart, but rather to outcry for yet another trend present in our days: Shitty science mythos.

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#cineFocus: Sul Cinema (2012) – seconda parte

Nella prima parte di questo articolo si è tentato di dare forma all’immagine di cinema proposta dal regista Leos Carax nel suo Holy Motors, ravvisando in essa quei peculiari nuclei di senso che si configurano come istanze rinnovatrici per una cinematografia defunta o prossima al decesso. La parossistica messinscena su cui si innesta l’intera pellicola porta alla luce due elementi cardinali con cui Carax plasma il suo orizzonte salvifico: il ripensamento della natura evoluzionistica del cinema e il ruolo focale della recitazione attoriale.

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“Dubbi circa la morte di Dio, ne ho molti; sulla morte del Cinema, nessuno”. Così scrive il poeta e saggista Guido Ceronetti nel 1995, compendiando di fatto il “non datato” e incertificabile decesso dell’arte cinematografica, la cui putrescente obsolescenza ha avuto modo di trascinarsi al punto che “è giusto essere sazi, ormai, arcisazi, di immagini irreali in movimento artificiale, come di divenire […] dannoso e nemico alla pari delle industrie più inquinanti, turismo di massa, petrolchimico, nucleare”[1]. Il cinema ha esaurito la sua carica espressiva, simbolica e iconicamente rappresentativa, avvinghiato nella virale proliferazione esasperata e esasperante delle stesse forme per gli stessi contenuti, crogiolandosi negli strascichi di una senescenza languida e spegnendosi definitivamente, nell’amara ma consapevole rassegnazione dei suoi interpreti, con una silenziosa uscita di scena, lontana dai fasti delle origini e dallo splendore roboante delle proiezioni hollywoodiane. La provocatoria tesi di Ceronetti non vuole essere indagata nella sua verità, per le ragioni che l’accompagnano o rispetto alle conseguenze che da essa germinano, ma piuttosto filtrata attraverso la sensibilità di chi in primis l’ha avvertita, recepita come strazio, sentita risuonare nelle corde della propria attività: due registi hanno manifestamente sposato la tanto delittuosa dichiarazione, ma al rintocco delle campane a morto non hanno fatto seguire le loro lacrime, bensì una poetica reazione di rinascita speranzosa, una lazzariana promessa di nuova vita. Alla stregua di lampadofori, Leos Carax e Alain Resnais hanno rispettivamente illuminato, con le insegne al neon di Holy Motors e con il virtuale occhio di bue di Vous n’avez encore rien vu, la rimarginazione profana delle spoglie mute del cinema, impressionando critica e pubblico durante l’edizione 2012 del Festival di Cannes.

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#CineFocus: L’uomo che narra e l’animale che vede

  1. Loro come noi, noi come loro

Nell’ondata contro-buonista che ha afferrato il cinema – e, forse, per estensione, tutte le arti – dalla fine del secolo scorso vi è interessante esempio, all’inizio degli anni 2000, nella profonda critica alla celebre, e intessuta nell’immaginario, antropomorfizzazione degli animali ad opera dei film d’animazione. Problematica massimamente presente tra le cause dichiarate del lento abbandono del pubblico nei confronti dei film animati bidimensionali: i “classici” o “grandi classici” della Disney, i cui canti del cigno sono stati il pessimo Mucche alla riscossa e l’interessante ma intrinsecamente datato La principessa e il ranocchio (il cui leit-motiv è, non a caso, la trasformazione magica, voodoo, in animale). Diversamente ha agito la Pixar in cui, salvo i casi di Alla ricerca di Nemo e Ratatouille[1] (in cui comunque animale e uomo sono separati dalla barriera linguistico-comportamentale, ovvero: l’animale è animale, anche nel momento di massimo protagonismo e la cosa è accentuata dalla profonda radicalizzazione della prospettiva volumica), l’animale è privo del linguaggio, muto, figura esteriore e ingombrante – Buster in Toy Story – o che, con la tecnologia, sostitutiva del magico, riceve la parola – Dug in Up – spostando totalmente il focus su di un protagonista antropomorfo o comunque “robotico” (WALL-E, le automobili in Cars, ma più semplicemente i giocattoli). Detto altrimenti, la fine del mondo della fiaba – che comunque, tra Andersen, Collodi e Perrault, aveva ispirato gran parte dell’animazione disneyana – per approdare al reame degli uomini, in un procedimento tanto caro alla dimensione epica.

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#CineFocus: La satira di (sul) regime ai tempi del socialismo: Hoří, má panenko, A tanú e Miś

Nell’approcciare per la prima volta lo studio dei regimi dittatoriali durante le ore di storia a scuola, l’immagine che ci si presentava era quello di un apparato tanto terrificante e disumano quanto efficiente: un’autentica macchina perfettamente oliata in ogni suo ingranaggio, che non ci pensa due volte a colpirne uno per educarne cento, infallibile nel mantenere l’ordine e il terrore sopprimendo ogni forma di opposizione.

Ciò su cui non riflettiamo subito è che in realtà i regimi totalitari sono spesso efficienti unicamente quando si tratta di propaganda e repressione, mentre ogni altro aspetto della loro organizzazione è sovente trascurato e gestito in maniera approssimativa da un apparato statale ove burocrazia ostruttiva, corruzione e inefficienza la fanno da padrone, in una situazione grottesca molto più simile a Brasil di Terry Gilliam che non a 1984.

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