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Recensioni cinematografiche

Category: #cineFOCUS


“Dubbi circa la morte di Dio, ne ho molti; sulla morte del Cinema, nessuno”. Così scrive il poeta e saggista Guido Ceronetti nel 1995, compendiando di fatto il “non datato” e incertificabile decesso dell’arte cinematografica, la cui putrescente obsolescenza ha avuto modo di trascinarsi al punto che “è giusto essere sazi, ormai, arcisazi, di immagini irreali in movimento artificiale, come di divenire […] dannoso e nemico alla pari delle industrie più inquinanti, turismo di massa, petrolchimico, nucleare”[1]. Il cinema ha esaurito la sua carica espressiva, simbolica e iconicamente rappresentativa, avvinghiato nella virale proliferazione esasperata e esasperante delle stesse forme per gli stessi contenuti, crogiolandosi negli strascichi di una senescenza languida e spegnendosi definitivamente, nell’amara ma consapevole rassegnazione dei suoi interpreti, con una silenziosa uscita di scena, lontana dai fasti delle origini e dallo splendore roboante delle proiezioni hollywoodiane. La provocatoria tesi di Ceronetti non vuole essere indagata nella sua verità, per le ragioni che l’accompagnano o rispetto alle conseguenze che da essa germinano, ma piuttosto filtrata attraverso la sensibilità di chi in primis l’ha avvertita, recepita come strazio, sentita risuonare nelle corde della propria attività: due registi hanno manifestamente sposato la tanto delittuosa dichiarazione, ma al rintocco delle campane a morto non hanno fatto seguire le loro lacrime, bensì una poetica reazione di rinascita speranzosa, una lazzariana promessa di nuova vita. Alla stregua di lampadofori, Leos Carax e Alain Resnais hanno rispettivamente illuminato, con le insegne al neon di Holy Motors e con il virtuale occhio di bue di Vous n’avez encore rien vu, la rimarginazione profana delle spoglie mute del cinema, impressionando critica e pubblico durante l’edizione 2012 del Festival di Cannes.

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#CineFocus: L’uomo che narra e l’animale che vede

  1. Loro come noi, noi come loro

Nell’ondata contro-buonista che ha afferrato il cinema – e, forse, per estensione, tutte le arti – dalla fine del secolo scorso vi è interessante esempio, all’inizio degli anni 2000, nella profonda critica alla celebre, e intessuta nell’immaginario, antropomorfizzazione degli animali ad opera dei film d’animazione. Problematica massimamente presente tra le cause dichiarate del lento abbandono del pubblico nei confronti dei film animati bidimensionali: i “classici” o “grandi classici” della Disney, i cui canti del cigno sono stati il pessimo Mucche alla riscossa e l’interessante ma intrinsecamente datato La principessa e il ranocchio (il cui leit-motiv è, non a caso, la trasformazione magica, voodoo, in animale). Diversamente ha agito la Pixar in cui, salvo i casi di Alla ricerca di Nemo e Ratatouille[1] (in cui comunque animale e uomo sono separati dalla barriera linguistico-comportamentale, ovvero: l’animale è animale, anche nel momento di massimo protagonismo e la cosa è accentuata dalla profonda radicalizzazione della prospettiva volumica), l’animale è privo del linguaggio, muto, figura esteriore e ingombrante – Buster in Toy Story – o che, con la tecnologia, sostitutiva del magico, riceve la parola – Dug in Up – spostando totalmente il focus su di un protagonista antropomorfo o comunque “robotico” (WALL-E, le automobili in Cars, ma più semplicemente i giocattoli). Detto altrimenti, la fine del mondo della fiaba – che comunque, tra Andersen, Collodi e Perrault, aveva ispirato gran parte dell’animazione disneyana – per approdare al reame degli uomini, in un procedimento tanto caro alla dimensione epica.

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#CineFocus: La satira di (sul) regime ai tempi del socialismo: Hoří, má panenko, A tanú e Miś

Nell’approcciare per la prima volta lo studio dei regimi dittatoriali durante le ore di storia a scuola, l’immagine che ci si presentava era quello di un apparato tanto terrificante e disumano quanto efficiente: un’autentica macchina perfettamente oliata in ogni suo ingranaggio, che non ci pensa due volte a colpirne uno per educarne cento, infallibile nel mantenere l’ordine e il terrore sopprimendo ogni forma di opposizione.

Ciò su cui non riflettiamo subito è che in realtà i regimi totalitari sono spesso efficienti unicamente quando si tratta di propaganda e repressione, mentre ogni altro aspetto della loro organizzazione è sovente trascurato e gestito in maniera approssimativa da un apparato statale ove burocrazia ostruttiva, corruzione e inefficienza la fanno da padrone, in una situazione grottesca molto più simile a Brasil di Terry Gilliam che non a 1984.

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