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Recensioni cinematografiche

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#CineHot: Blade Runner 2049 (2017) — Ma gli androidi sognano sequel perfetti?

Se ci si proponesse di individuare dei topoi nella rosa delle produzioni tele-cinematografiche contemporanee, verrebbe immediatamente in luce la tendenza, in voga soprattutto negli ultimissimi anni, a riprendere brand e progetti risalenti al periodo 80-90; a cominciare dai tentativi di rilancio più velleitari e spudoratamente commerciali –si pensi al nuovo Ghostbusters o alla svilente trasposizione live-action di Ghost in the Shell–, passando per operazioni più compiaciute e ricche di fanservice –tra cui spicca il buon Sam Raimi con Ash vs Evil Dead– e arrivando infine a prosecuzioni d’autore vere e proprie –è il caso Mad Max: Fury Road e della terza stagione di Twin Peaks–. Archiviati il retrò e il vintage in senso stretto, il comune denominatore stilistico di questi nuovi anni dieci sembrerebbe riassumibile, nel bene e nel male, nella parola-chiave nostalgia.

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#cineHOT: Tanna (2015) di Martin Butler e Bentley Dean — La natura della tradizione

Il matrimonio, meglio ancora se un buon matrimonio – si pensi al famosissimo incipit di Orgoglio e pregiudizio –, è ciò a cui i genitori di una giovane donzella miravano. E spesso in alcune culture lo stesso matrimonio ha finalità ben diverse, che superano la semplice unione di due persone e la conseguente formazione di un nucleo familiare, arrivando a giocare un ruolo ben più cruciale, come ad esempio l’alleanza o riconciliazione tra più tribù o famiglie o clan etc…

È questo – per essere sintetici – il tema principale su cui ruota la narrazione del film Tanna.

Questo lungometraggio è stato presentato in una sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia del 2015, la Settimana della Critica; grazie alla candidatura al premio miglior film straniero agli Academy Awards 2017 ha superato le possibili difficoltà distributive, a cui possono andare incontro produzioni non ad alto o altissimo budget, trovando una localizzazione italiana. A questo proposito va reso grande merito a Tycoon Distribution per aver accettato la sfida e l’onere di distribuirlo nelle sale a partire dal 4 maggio prossimo.

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#cineHOT Bar Bahar – In Between

Anche in questa occasione ho scelto di parlare di un film appena uscito nelle sale italiane.

Si tratta dell’ultimo lungometraggio della regista di origini ungheresi Maysaloun Hamoud, premiato da festival cinematografici come il Toronto film festival, San Sebastian e l’Haifa Film Festival.

In Italia è uscito con il titolo “libere disobbedienti innamorate”, ma, a mio modesto avviso, il titolo inglese “in between”, come quello arabo “Bar Bahar”, tra cielo e mare, lo descrive alla perfezione.

Le protagoniste del film, Laila, Selma e Nour, si trovano in mezzo, divise tra il mondo orientale tradizionale, così come appare agli occhi stereotipati dell’occidente, e un nuovo mondo, che quegli stereotipi cerca di lasciarseli alle spalle.

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#cineHOT: Il padre d’Italia: il miracolo contro natura.

I miracoli sono contro natura

Con questa frase si chiude il secondo lungometraggio di Fabio Mollo, dopo “Il sud è niente” del 2013.

Il padre d’Italia è un film ricco: di colori, musica e contenuti. É la storia di Mia (Isabella Ragonese) e Paolo (Luca Marinelli), due personaggi antitetici, che lo stesso Marinelli ha definito uno come “un esplosivo” e l’altro come “un dispositivo che deve essere ancora innescato”. Ed è proprio così, Paolo è un uomo tranquillo, quasi anonimo; lavora a Torino come commesso in un negozio di mobili preconfezionati ed esce da una lunga relazione durata 8 anni con il suo compagno Mario. Mia, invece, è una giovane donna incinta di 6 mesi che gira l’Italia cantando in una band, vivendo alla giornata senza preoccuparsi troppo per il futuro, in uno stato di eterna infanzia. È un film on the road, che costeggia il lato occidentale della penisola, in un viaggio improvvisato alla ricerca del padre della bimba, ma anche alla ricerca di se stessi, passando dal capoluogo piemontese, a Roma, Napoli per arrivare a Reggio Calabria, nei luoghi d’infanzia della protagonista femminile.

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#CineHot: Toni Erdmann (2016) di Maren Ade — Risus abundat in ore sapientium

C’era una volta un tedesco. O forse erano due. Uno di certo è Walter Benjamin.
Il celebre autore dell’incompiuto Passagenwerk, all’interno del suo polimorfo e a tratti criptico sistema ha dato alla luce, tra gli altri, un concetto chiave che tiene assieme certo messianismo ebraico e certa filosofia della storia dalla eco marxista-rivoluzionaria: la Jetztzeit; il tempo-ora, un momento unico, speciale, nel tempo eppure fuori di esso in quanto cairologico (qualitativo) e non cronologico (quantitativo). Un momento, ancora, in cui si dà un arresto del tempo storico (sfera messianica) atto al sovvertimento dell’ingiustizia perpetuata dai vincitori sui vinti (sfera marxista-rivoluzionaria).
C’era un tedesco, dunque. O forse erano due – si diceva. Già, poiché il secondo è Maren Ade, la brillante regista acclamata in numerosi festival internazionali che ha completato l’anno scorso il suo terzo lungometraggio, ovvero quel gioiello filmico – in questi giorni di tardiva distribuzione nelle nostre sale – che risponde al nome di Toni Erdmann (in italiano localizzato con la vertiginosa traduzione Vi presento Toni Erdmann – nel Bel Paese ci si preoccupa sempre tanto tanto che l’umile spettatore medio possa non cogliere certe sfumature, sapete com’è…).

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Riflessi di Cinema – Il Cliente (2016) di Asghar Farhadi

Scena del film Il Cliente (2016) di Asghar Farhadi

«Come fa un uomo a diventare una bestia?», è la domanda che viene posta da uno studente ad Emad, uno dei due protagonisti, durante le prime sequenze del film. Ed è una domanda semplice, che suona quasi infantile attraverso la voce del ragazzo che la pronuncia e lascia emergere, in maniera fin troppo evidente, quasi rozza, l’escamotage di Farhadi per “mostrarci il futuro”. È la chiara e semplice profezia sui destini della vicenda.
Tuttavia, proprio questa trasparenza stona con la sottigliezza e la fluidità che il regista iraniano dimostra generalmente di saper imprimere alle sue sceneggiature complesse e precise, testimonianze di una notevole conoscenza degli strumenti del cinema. Ma andiamo con ordine.

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ORNI: Valhalla Arriving. O: Di come Hollywood fa cose buone solo quando soffoca.

“Now today is tomorrow, and tomorrow today
and yesterday is weaving in and out”

(Cake, Comfort Eagle)

Precisiamo subito una cosa: questa non è la recensione di un film. O meglio, un po’ sì, però anche no. Sì, me l’ha ispirata la recente visione di Arrival. No, non parla solo di quello. Di che parla? Meh. Diciamo che se Wu Ming 1 ha voluto definire i suoi “Point Lenana” e “Un viaggio che non promettiamo breve” (per altro, letture assolutamente necessarie nell’Italia del 2017: sui fascismi di ieri il primo, sui fascismi di oggi il secondo; ma stiamo divagando), se, dicevo, ha voluto chiamare i suoi libri “oggetti letterari non identificati”, allora questo può essere un “oggetto recensorio non idenficato” (ORNI). Insomma: non siamo ancora alle “videocose” di Enrico Ghezzi: ma potremmo arrivarci presto.

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#CineHot: Arrival (2016) di Denis Villeneuve: la fantascienza della relatività linguistica

“Un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della tua storia. La memoria è una cosa strana, non funziona come credevo, siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine…ma ora non so più se credo che esista un inizio e una fine, ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita”

(Louise Banks, Arrival, Denis Villeneuve, 2016)

Presentato alla 73a mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, Arrival segna l’ingresso di Denis Villeneuve (già regista di Prisoners, Enemy e Sicario) nell’Olimpo della fantascienza, con una pellicola destinata a rivoluzionare il genere stesso, in forza del suo sincero attaccamento a principi e nozioni incorporate dal mondo della linguistica e dall’universo della fisica. Il film, ispirato dal racconto di Ted Chiang “Storia della tua vita”, rielaborato per il grande schermo da Eric Heisserer, può infatti vantare il record di pellicola fantascientifica con il maggior numero di candidature agli Oscar con 8 nominations, tra cui quelle per il Miglior film e la Miglior regia, in attesa di scoprire tra meno di un mese se potrà dirsi anche vincitore di alcuni tra questi. Se non fosse che Villeneuve sembra voler far proprio l’incipit di una celebre ode oraziana: exegi monumentum, un monumento cinematografico offerto sotto le non così mentite spoglie di un esperimento mentale dal forte sapore filosofico.

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#CineHot: La La Land — Non è la solita commedia d’amore

Perché La La Land non è solo l’ennesimo prodotto di consumo hollywoodiano:

La La Land è probabilmente il film più pompato da che io ne abbia memoria. Ancora prima che il film uscisse, l’immagine di Emma Stone e Ryan Gosling che volteggiano su uno sfondo blu ci ha colonizzato la mente, riempiendo banner su facebook e cartelloni pubblicitari. Le 14 nomination agli Oscar, poi, hanno creato un mito ancora prima che il film fosse nelle sale.
Insomma è impossibile non andare a vedere La La Land con una buona dose di pregiudizi. E i miei non erano particolarmente positivi. Sarà perché gioco a fare il critico cinematografico e quindi ne devo pur rispettare gli stereotipi. E si sa che i critici non sono mai teneri con le commedie d’amore hollywoodiane. Sarà che Ryan Gosling è un gran bel figliolo, ma da qui a considerarlo un attore da Oscar ce ne passa. E un po’ come se dicessi che Carlo Verdone è il mio feticcio erotico solo perché mi fa molto ridere. Sarà poi che i musical se non sono fatti bene, con canzoni dosate e adatte alla situazione, diventano subito noiosi. E un bel musical non lo vedevo dai tempi di Chicago.

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#CineHot: Kimi no Na Wa – Your Name. Gli amori cosmici di Makoto Shinkai

Taki e Mitsuha in una delle immagini pubblicitarie di Your Name

Quando si parla di animazione giapponese per il grande schermo, non si può non fare il nome di Hayao Miyazaki, di gran lunga il più noto in Occidente, alla cui fantasia oggi dobbiamo dei classici dell’animazione che non hanno nulla da invidiare alla produzione disneyana. Eppure, dopo l’uscita del suo ultimo lavoro, Si alza il vento (Kaze tachinu, 2013), il co-fondatore dello Studio Ghibli ha annunciato il suo ritiro. Da allora, mentre periodicamente si diffondono notizie di un suo prossimo ritorno, una nuova generazione di registi e sceneggiatori si contende la palma di degno successore del maestro di Tokyo. Dopo il successo di Your Name (Kimi no Na Wa), uscito nell’estate del 2016, sembra proprio che quest’ambito riconoscimento spetti a Makoto Shinkai.

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