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Recensioni cinematografiche

Category: #cineHOT (Page 1 of 4)

#CineHot: “I, Tonya”. L’eroina tradita dell’American Dream.

 

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“I think I got too many memories getting in the way of me / I’m about to go Tonya Harding on the whole world’s knee”, così cantano i Fall Out Boy in “Stay Frosty, Royal Milk Tea. E Obama, durante la sua campagna elettorale nel 2009, contro i suoi detrattori ebbe a dire: “Folks said there’s no way Obama has a chance unless he goes and kneecaps the person ahead of us, does a Tonya Harding…”. È forse difficile per chi vive fuori dagli USA rendersi conto di quanto lo scandalo sportivo che ha coinvolto Tonya Harding e Nancy Kerrigan durante i Campionati nazionali di pattinaggio di figura del 1994, sia entrato a far parte, si potrebbe dire, del folklore, o almeno della cultura pop.

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#CineHot: La Forma dell’Acqua (Guillermo Del Toro, 2017): Beauty and the Fish.

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Unable to perceive the shape of you, I find you all around me. Your presence fills my eyes with your love, it humbles my heart, for you are everywhere.”

Una donna e un mostro. La Bella e la Bestia. Quante volte avete sentito questa storia? Ora, se il film in questione non avesse, sin dalla prima scena, il sapore di una favola (seppur adulta), questa potrebbe essere benissimo una storia perversa del rapporto sessuale tra una donna e una bestia. Oppure, se la componente sessuale non fosse stata presente, questa potrebbe essere una cautionary tale sull’accettazione del diverso, dell’Altro, che insegnerebbe a non fermarsi alle apparenze, a giudicare con il cuore e non con gli occhi. Ma se così fosse, questa sarebbe stata una storia come tante altre. E invece no, La forma dell’acqua è una storia d’amore, e lo spettatore, se vuole concedersi a quel che vede, non dubita nemmeno per un attimo che questa storia sia sana, tenera, romantica – e si badi bene, una tale attenzione per i sentimenti è cosa poco comune nella produzione precedente dello stesso regista, che invece più spesso porta sulla scena personaggi torbidi e inquieti. Restano costanti, invece, le atmosfere fiabesche e poetiche, ed il fascino per il mostruoso.

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#cineHOT: Call Me By Your Name (2017) di Luca Guadagnino — L’amore del nome

C’è un ragazzo in poltrona, seduto davanti al camino. Dietro di lui s’imbandisce la tavola per festeggiare l’Hannukkah. La luce del fuoco si legge nel volto del ragazzo che piange e il suo pianto ha espressioni eterogenee: sorride, è assorto poi, guarda fisso, dispera. È pronto in tavola, la madre lo chiama: “Elio!Elio!”.

È l’estate del 1983 in qualche parte nel Nord Italia e una famiglia ebrea abita una villa che è ben presto scenario vivace di cene, letture, via vai di persone, diapositive. Un ambiente d’alta borghesia popolato da plurilinguismo, cultura e lentezza estiva: si susseguono tuffi nel fontanile, Bach, dialoghi aperti e complici, statue di Prassitele in tutta la loro magnifica ambiguità. È un microcosmo delicato immerso in un frutteto in cui si percorrono i giorni di Elio, adolescente dedito al pianoforte, ai libri e alle nuotate al fiume.

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#cineHOT: Coco (2017) di Lee Unkrich — La parabola del ricordo

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L’ultimo film della PIXAR, Coco, ha già conquistato il plauso della critica e del pubblico, vincendo, nella categoria “Miglior film d’animazione” il Golden Globe, storicamente, il premio che spalanca le porte alla statuina più ambita di Hollywood: l’Oscar.
Questa volta lo studio d’animazione statunitense, ci porta alla scoperta di una delle feste più particolari della tradizione messicana: il Dia de los Muertos; ovvero il giorno dei morti. Sul grande schermo rivive la magia di questa tradizione basata su colori sgargianti, musiche e allegria, tre elementi che tematizzano la morte in modo assai diverso rispetto a quello che ci appartiene, risvegliando nello spettatore quel «gusto dell’esotico» che stimola a conoscere le tradizioni a lui lontane.

Coco ha una struttura narrativa che può sembrare classica al primo approccio, cioè: un film di formazione, con un protagonista alla ricerca dei propri sogni. Tuttavia la semplice narrazione viene sfruttata per raccontare qualcosa che, in definitiva, non e poi così banale.

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Suburbicon (2017) di George Clooney


Suburbicon è il posto in cui ciascuno di noi vorrebbe vivere, o almeno chiunque creda nella favola del sogno americano nella sua veste più tradizionale. Chi ci vive lo sa e si sente un privilegiato, lucida per bene la sua macchina costosa, cura il prato perché rimanga ogni giorno alla stessa altezza, perfetto. Ha una casa e una moglie color pastello e vuole che tutti i suoi vicini gli somiglino, non vengono tollerate storture. Così, quando in una delle tante villette a schiera (una distesa ipnotica, che continua a perdita d’occhio) si trasferisce una famiglia diversa, per colori e abitudini, il quartiere entra in subbuglio e il disastro pare assicurato. Il diverso non può essere che una macchia, da cancellare il prima possibile per riportare tutto alla consueta lucentezza. Se una sera la famiglia Lodge viene assalita da due malviventi, tutti i suoi membri legati e narcotizzati con il cloroformio, non sembra esserci altra soluzione: la nuova coppia, i due afroamericani, i neri non possono che essere i responsabili. Prima del loro arrivo certe cose non succedevano. Alla polizia non resta che indagare, per dimostrarlo.

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#cineHOT: il Vangelo secondo The Place

Scrive Antonio Gurrado, in un suo recente articolo per Il Foglio, che The Place è «un film tomista, molinista, insomma cattolicissimo» e che pertanto «deve sperare nel mercato estero. Non è un film per una nazione talmente refrattaria alla responsabilità individuale da credere che, se uno è cattivo, non possa farci niente: una nazione sedicente cattolica che, pur di trovare scuse alla propria indolenza spirituale, protestantizza e luteraneggia».

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#CineHot: Blade Runner 2049 (2017) — Ma gli androidi sognano sequel perfetti?

Se ci si proponesse di individuare dei topoi nella rosa delle produzioni tele-cinematografiche contemporanee, verrebbe immediatamente in luce la tendenza, in voga soprattutto negli ultimissimi anni, a riprendere brand e progetti risalenti al periodo 80-90; a cominciare dai tentativi di rilancio più velleitari e spudoratamente commerciali –si pensi al nuovo Ghostbusters o alla svilente trasposizione live-action di Ghost in the Shell–, passando per operazioni più compiaciute e ricche di fanservice –tra cui spicca il buon Sam Raimi con Ash vs Evil Dead– e arrivando infine a prosecuzioni d’autore vere e proprie –è il caso Mad Max: Fury Road e della terza stagione di Twin Peaks–. Archiviati il retrò e il vintage in senso stretto, il comune denominatore stilistico di questi nuovi anni dieci sembrerebbe riassumibile, nel bene e nel male, nella parola-chiave nostalgia.

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#cineHOT: Tanna (2015) di Martin Butler e Bentley Dean — La natura della tradizione

Il matrimonio, meglio ancora se un buon matrimonio – si pensi al famosissimo incipit di Orgoglio e pregiudizio –, è ciò a cui i genitori di una giovane donzella miravano. E spesso in alcune culture lo stesso matrimonio ha finalità ben diverse, che superano la semplice unione di due persone e la conseguente formazione di un nucleo familiare, arrivando a giocare un ruolo ben più cruciale, come ad esempio l’alleanza o riconciliazione tra più tribù o famiglie o clan etc…

È questo – per essere sintetici – il tema principale su cui ruota la narrazione del film Tanna.

Questo lungometraggio è stato presentato in una sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia del 2015, la Settimana della Critica; grazie alla candidatura al premio miglior film straniero agli Academy Awards 2017 ha superato le possibili difficoltà distributive, a cui possono andare incontro produzioni non ad alto o altissimo budget, trovando una localizzazione italiana. A questo proposito va reso grande merito a Tycoon Distribution per aver accettato la sfida e l’onere di distribuirlo nelle sale a partire dal 4 maggio prossimo.

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#cineHOT Bar Bahar – In Between

Anche in questa occasione ho scelto di parlare di un film appena uscito nelle sale italiane.

Si tratta dell’ultimo lungometraggio della regista di origini ungheresi Maysaloun Hamoud, premiato da festival cinematografici come il Toronto film festival, San Sebastian e l’Haifa Film Festival.

In Italia è uscito con il titolo “libere disobbedienti innamorate”, ma, a mio modesto avviso, il titolo inglese “in between”, come quello arabo “Bar Bahar”, tra cielo e mare, lo descrive alla perfezione.

Le protagoniste del film, Laila, Selma e Nour, si trovano in mezzo, divise tra il mondo orientale tradizionale, così come appare agli occhi stereotipati dell’occidente, e un nuovo mondo, che quegli stereotipi cerca di lasciarseli alle spalle.

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#cineHOT: Il padre d’Italia: il miracolo contro natura.

I miracoli sono contro natura

Con questa frase si chiude il secondo lungometraggio di Fabio Mollo, dopo “Il sud è niente” del 2013.

Il padre d’Italia è un film ricco: di colori, musica e contenuti. É la storia di Mia (Isabella Ragonese) e Paolo (Luca Marinelli), due personaggi antitetici, che lo stesso Marinelli ha definito uno come “un esplosivo” e l’altro come “un dispositivo che deve essere ancora innescato”. Ed è proprio così, Paolo è un uomo tranquillo, quasi anonimo; lavora a Torino come commesso in un negozio di mobili preconfezionati ed esce da una lunga relazione durata 8 anni con il suo compagno Mario. Mia, invece, è una giovane donna incinta di 6 mesi che gira l’Italia cantando in una band, vivendo alla giornata senza preoccuparsi troppo per il futuro, in uno stato di eterna infanzia. È un film on the road, che costeggia il lato occidentale della penisola, in un viaggio improvvisato alla ricerca del padre della bimba, ma anche alla ricerca di se stessi, passando dal capoluogo piemontese, a Roma, Napoli per arrivare a Reggio Calabria, nei luoghi d’infanzia della protagonista femminile.

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