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Recensioni cinematografiche

Category: #FuocoIncrociato (Page 1 of 2)

Juste la fin du monde : un film di sguardi e parole mancate.

“Il existe une variété de motivations qui vous appartiennent, qui ne concernent que vous-mêmes, qui vous poussent à partir dans la vie à ne pas regarder en arrière. De la même façon, il existe une variété aussi grande de motivations qui vous poussent à revenir. C’est ainsi, alors, qu’après toutes ces années-là, j’ai pris la décision de revenir sur mes pas.”

Con questa battuta, pronunciata da Louis (Gaspard Ulliel), si apre Juste la fin du monde, l’ultimo film del regista canadese Xavier Dolan, vincitore del Grand Prix della giuria al Festival di Cannes 2016. Il film è tratto dall’omonima pièce di Jean-Luc Lagarce, uno degli autori teatrali  francesi più amati e messi in scena. L’opera, definita dai critici come il capolavoro di Lagarce, racconta la storia di Louis, interpretato da Gaspard Ulliel, un noto drammaturgo, che dopo dodici anni di assenza, decide di tornare nel suo paese natale per rincontrare la sua famiglia. Il motivo del suo ritorno è espresso fin dall’inizio: ha scoperto di essere mortalmente malato e deve comunicare la notizia ai suoi familiari.

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#FuocoIncrociato: La La Land – Il musical dedicato ai folli e ai sognatori

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La La Land
 a furor di popolo è il film uscito trionfante dalla serata degli Oscar 2017, rischiando persino di vincere il titolo di Miglior Film dell’anno, salvo essere beffati da un errore grossolano, per cui Jimmy Kimmel ha risollevato una serata abbastanza normale e con pochi picchi emozionali. Ma che film è La La Land? Proviamo a scoprirlo.

Damien Chazelle, dopo il suo Whiplash, capisce che il momento è quello giusto per forzare la mano e puntare in alto, così, nel 2016 (2017 in Italia) esce nelle sale La La Land, che nel giro di pochi giorni è parodiato in ogni dove, ma con grande affetto; mentre la canzone principale City of Stars riempie di sogni e malinconia tutti quelli che la cantano.

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#FuocoIncrociato: Juste la fin du monde (2016) – Le case invisibili di Xavier Dolan

Scena del film Juste la fin du monde (2016) di Xavier Dolan

Tornare a casa non è mai semplice. E lo dico da persona che torna a casa due volte all’anno da sei anni. Tutto resta al proprio posto, eppure cambia radicalmente. Gli oggetti si impolverano, gli affetti invecchiano; ciò che una volta rappresentava il familiare, diventa l’estraneo. Il milieu in cui si è spesa la propria infanzia o la propria adolescenza, all’improvviso viene spogliato di ogni quotidianità e rivestito di ricordi. Gli oggetti smettono di essere oggetti e diventano storie. Le case cessano di essere abitazioni e diventano musei. Il presente diventa così passato e, cambiando il frammento temporale entro cui si iscrive, diventa allo stesso tempo estraneo, unfamiliar.

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#FuocoIncrociato: Your Name — Il romanticismo nello spazio-tempo

Your Name, film appena passato per le sale cinematografiche per soli tre miseri giorni (con la notizia fresca di un possibile ritorno per un ulteriore giorno), è l’ultima fatica di Makoto Shinkai, regista che ho potuto apprezzare con il film Viaggio verso Agartha del 2011, ma che ha decisamente compiuto passi da gigante da quella data lontana.

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#fuocoincrociato: The Bloody 8

Il genere “western” è un genere immortale e capace di mutare a seconda del periodo storico e delle richieste del mondo. Nelle storie di Tarantino ci sono da sempre figure di cowboy moderni, armati fino ai denti (Mr Blonde in Reservoir Dogs) o una “resa dei conti” enfatizzata da musica pop e lenti movimenti di macchina (si pensi allo scontro tra Beatrix Kiddo e O-Ren Ishii). Troppo si scrive della grande influenza che il cinema del Maestro Leone abbia avuto sulle scelte di inquadratura del giovane Quentin. Non che queste siano infondate o false, ma ci si dimentica del nome di un altro grande Maestro che ispira Tarantino: Bloody Sam.

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#FuocoIncrociato: The Neon Demon (2016) — Assimilazione e sopravvivenza

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La forma più bassa del sopravvivere consiste nell’uccidere.

Così come l’uomo ha ucciso l’animale di cui si nutre,

che ha trovato indifeso –

e può farlo a pezzi e distribuirne i pezzi

quali parti della preda per sè e per i suoi -,

così l’uomo vuole anche uccidere l’uomo che gli è di ostacolo,

che gli si contrappone come nemico.

E. Canetti, Massa e potere

The Neon Demon (2016) è il film in cui Nicolas Winding Refn mostra la propria compiuta maturazione estetica e la sua capacità di sezionare la realtà con sguardo d’autore (come ci ha raccontato Ruggero M. Coppola qui). Fare un film sulla moda e sul mondo delle modelle non era certo facile.

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#FuocoIncrociato : Spotlight — Cronaca di un fallimento

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Anche quest’anno finalmente (o purtroppo?) è arrivato il momento di recensire la pellicola protagonista dell’ultima assegnazione degli Oscar, una produzione che ha portato a casa sia l’ambitissimo titolo di miglior film che quello apparentemente prestigioso di miglior sceneggiatura originale. È quindi giusto porsi anche stavolta la domanda, da tempo ormai vero e proprio tormentone: fidarsi o non fidarsi della statuetta dorata? Dato per appurato come sia impossibile poter dire oggettivamente e in maniera incontrovertibile se un film sia davvero il migliore, più opportuno sarebbe valutare, caso per caso, se le basi per l’attribuzione del premio sussistano o meno. Il caso Spotlight aggiunge a questi interrogativi anche un’altra serie di problematiche, correlate al fatto che la storia non è di fantasia, verrebbe da dire non è originale (?), e al tema scelto, particolarmente spinoso e sempre attuale. Per quanto concerne quest’ultimo punto, attenzione a non cadere nell’errore imperdonabile di decidere la validità di un’opera secondo criteri che possono giustificarne meramente l’esistenza: la sensibilizzazione o la denuncia che seguono la scelta di una particolare tematica non necessariamente implicano che il risultato sia autonomo e dignitoso su un piano creativo.

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#FuocoIncrociato: Spotlight: Il nulla della rivelazione

Scena del film Spotlight (2015) di Tom McCarthy
Cosa sia The Wire per la storia delle televisione seriale è una cosa che si ha forte difficoltà a comprendere. Dimenticato pressoché totalmente dagli Emmy – i premi di maggiore prestigio per una serie televisiva – e accompagnato da ascolti non necessariamente entusiasmanti (per tacere della distribuzione italiana), lo show di David Simon è tuttavia annoverato dalla quasi unanimità della critica [ma chi sono i “particolari” che compongono l’”universale” che porta il nome di “critica”?] come la più cinematografica, letteraria e – giusto aggiungerlo – riuscita (vige qui l’amichevole confronto con la altrettanto stupenda e coeva I Soprano, leggermente retrò) serie televisiva di sempre. La serie affronta, attraverso la metodologia del procedural ma soprattutto del drama, la corruzione a tutti i livelli nella città di Baltimora e ha il suo fulcro in un distaccamento speciale della polizia che deve intercettare (da qui il titolo wire = filo, che in gergo sta per “cimice”) le bande criminali dei projects, i quartieri popolari. Nella quinta e ultima stagione, sicuramente la meno magnifica, è introdotta la redazione di un quotidiano, il Baltimore Sun, insieme a quello che è l’antagonista minore e viscido della serie, Scott Templeton.

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#FuocoIncrociato: Batman v Superman — Quando anche il polpettone va a male

 

Se c’è una novità che in questo scorcio di secolo ha inequivocabilmente caratterizzato il cinema di consumo, è stata certamente la nascita del genere cine-comic. Beninteso, non nascono dopo il 2000 i film tratti dal mondo del fumetto o quelli a tema supereroistico (basti pensare ai Batman di Tim Burton, veri e propri cult a metà tra l’urban fantasy e la fantascienza ottantiana più estrosa): il marchio di fabbrica del cine-comic non è quindi da ricercarsi banalmente nei soggetti, quanto piuttosto nella collocazione dei singoli film all’interno di una “famiglia allargata”, di una continuity che viene prima del cinema e che nel cinema dovrebbe completarsi, attraverso una serie di passaggi minori animati-televisivi e chi più ne ha più ne metta.

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#4hands Batman v Superman: Dawn of Justice — Deus sive Superhumans: serialità, umanità e divinità a confronto

 
Poster del film Batman v Superman: Dawn of Justice (2016) di Zack Snyder
 
Per la prima volta nel nostro paese, così refrattario alla novità, dall’autunno scorso è sbarcato Netflix, ponendoci di fronte, adesso più che mai, il problema della frammentarietà dei prodotti audiovisivi. Lo stesso cinema, generalmente così lontano dal mondo seriale, si è adattato velocemente a questa novità. Viviamo in un tempo di serials, spin-off, prequel e sequel. Si ha la tendenza a costruire multi-versi, come se un film, da solo, non fosse più in grado di racchiudere il contenuto di una narrazione. Come se in un’epoca postmoderna come la nostra, dove le grandi narrazioni sono venute meno, solamente una pluralità di cellule narrative, piccole parti di narrazioni differite e mai esauribili, potessero salvarci. In questo contesto il sottogenere fantastico dei cinecomics, sogno proibito di ogni grande studio cinematografico, rappresenta la quintessenza di questa deriva (?) produttiva.

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