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Recensioni cinematografiche

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#CineHot: La Forma dell’Acqua (Guillermo Del Toro, 2017): Beauty and the Fish.

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Unable to perceive the shape of you, I find you all around me. Your presence fills my eyes with your love, it humbles my heart, for you are everywhere.”

Una donna e un mostro. La Bella e la Bestia. Quante volte avete sentito questa storia? Ora, se il film in questione non avesse, sin dalla prima scena, il sapore di una favola (seppur adulta), questa potrebbe essere benissimo una storia perversa del rapporto sessuale tra una donna e una bestia. Oppure, se la componente sessuale non fosse stata presente, questa potrebbe essere una cautionary tale sull’accettazione del diverso, dell’Altro, che insegnerebbe a non fermarsi alle apparenze, a giudicare con il cuore e non con gli occhi. Ma se così fosse, questa sarebbe stata una storia come tante altre. E invece no, La forma dell’acqua è una storia d’amore, e lo spettatore, se vuole concedersi a quel che vede, non dubita nemmeno per un attimo che questa storia sia sana, tenera, romantica – e si badi bene, una tale attenzione per i sentimenti è cosa poco comune nella produzione precedente dello stesso regista, che invece più spesso porta sulla scena personaggi torbidi e inquieti. Restano costanti, invece, le atmosfere fiabesche e poetiche, ed il fascino per il mostruoso.

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#cineHOT: Call Me By Your Name (2017) di Luca Guadagnino — L’amore del nome

C’è un ragazzo in poltrona, seduto davanti al camino. Dietro di lui s’imbandisce la tavola per festeggiare l’Hannukkah. La luce del fuoco si legge nel volto del ragazzo che piange e il suo pianto ha espressioni eterogenee: sorride, è assorto poi, guarda fisso, dispera. È pronto in tavola, la madre lo chiama: “Elio!Elio!”.

È l’estate del 1983 in qualche parte nel Nord Italia e una famiglia ebrea abita una villa che è ben presto scenario vivace di cene, letture, via vai di persone, diapositive. Un ambiente d’alta borghesia popolato da plurilinguismo, cultura e lentezza estiva: si susseguono tuffi nel fontanile, Bach, dialoghi aperti e complici, statue di Prassitele in tutta la loro magnifica ambiguità. È un microcosmo delicato immerso in un frutteto in cui si percorrono i giorni di Elio, adolescente dedito al pianoforte, ai libri e alle nuotate al fiume.

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#GenderTroubles: Transparent. Il prezzo del coming out.

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Immaginate questa scena: una famiglia allargata si mette in posa davanti alla macchina fotografica. Tutti sono vestiti di bianco: si è appena celebrato un matrimonio con rito ebraico. Nell’inquadratura, al centro, si vede la giovane coppia di spose (sì, avete letto bene), e intorno, nell’ordine: i tre figli di una delle due, nati da un matrimonio precedente; la sorella che ha appena scoperto la propria identità queer; il nipote nato da un rapporto al limite del criminoso, concepito quando il padre era ancora minorenne; infine, i genitori della sposa, ma attenzione: l’anziano padre transgender si presenta in abiti femminili, ed esce dall’inquadratura con fare iroso quando il fotografo ha l’infelice idea di chiamarlo signore. Ah, dimenticavo, il fratello aspetta un figlio dal rabbino (no, tranquilli, il rabbino è femmina).

Con questo ritratto della famiglia Pfefferman si apre la seconda stagione della serie TV Transparent.

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#cineBIT: Waking Life (2001) di Richard Linklater — “Esiste un solo istante, ed è l’eternità”

“Risvegliare la vita”, o qualche cosa che abbia a che fare con la necessità di rimettere in moto, dopo il torpore, le funzioni vitali di un corpo che dormiva. Questa una possibile traduzione del titolo “Waking life”, film uscito nel 2001 per genio del regista statunitense Richard Linklater. Lungometraggio singolare già solo per la tecnica con cui è stato realizzato, ovvero il rotoscope, che consiste nel creare, partendo da attori reali, delle figure che risultino realistiche pur essendo state traslate in un cartone animato; la stessa procedura è stata usata ad esempio da George Dunning per creare il memorabile film d’animazione che ha come protagonisti i Beatles.

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#cineBIT: Inception (2010) di Christopher Nolan — Sogno o realtà?

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Attraverso un’alternanza, talora indistinta, tra sogno e realtà, la visionarietà di Inception sa sorprendentemente catturare lo spettatore all’interno della labirintica stratificazione onirica dell’inconscio. Quest’ultimo si presenta, in parte come rielaborazione dei materiali percettivi a livello conscio, ed in parte come  “pura creazione”, a detta del protagonista Cobb  (interpretato dallo straordinario Leonardo di Caprio). Egli fa un lavoro alquanto delicato, ovvero l’“estrazione dall’inconscio”, su commissione, di informazioni preziose. Ma un importante imprenditore, di nome Saito (Ken Watanabe), di una grossa azienda miliardaria gli chiede di fare un lavoro inverso, ossia “impiantare” un’idea, piuttosto che “estrarla”: si tratta di entrare nell’inconscio del figlio del rivale di Saito, di nome Fischer (Cillian Murphy), e di “innestare” in lui l’idea di dividere e distruggere la grande eredità del padre, proprietario di una colossale multinazionale che fa concorrenza a quella di Saito, in modo che quest’ultimo possa così continuare ad avere il monopolio commerciale. Pertanto, Cobb, insieme ad una squadra di “specialisti dell’inconscio”, dovrà convincere Fischer a costruire una propria azienda  (che nel risultato dovrebbe essere economicamente più debole di quella di Saito). Tutto ciò può avvenire solo operando un’ “inception”, cioè un “innesto” di un’idea che è paragonabile ad un virus — come asserisce il protagonista in più parti del film — perché è capace di attecchire nell’inconscio a tal punto da radicarsi nella mente anche dopo il risveglio, e quindi nella realtà. Cobb in passato ha già sperimentato l’innesto su sua moglie: entrambi avevano coltivato la passione di “navigare” nell’inconscio attraverso un’apparecchiatura, chiamata “Pasiv”, che usa sostanze stupefacenti in grado di indurre al sonno e di connettere i sogni di chi la utilizza, cosicché essi risultino sogni condivisi. Ma la coppia è scesa troppo in profondità: i sogni costituiscono un abisso di strati, in cui il tempo percepito scorre più lentamente rispetto alla realtà, e, man mano che si scende di livello, esso aumenta esponenzialmente fino ad arrivare ad un livello, il limbo, dove Cobb e la moglie si sono costruiti un mondo tutto loro,  in cui il tempo pare essere infinito. Il tema del tempo è centrale nell’intero corso del film — non a caso la sua colonna sonora, composta dal maestro Zimmer, si intitola Time — e sviluppa in parallelo la concezione del tempo di Bergson. Il “tempo della scienza”, come lo denominava il grande filosofo francese, corrisponde al tempo della realtà, quello esterno a noi, che costituisce il succedersi omogeneo di ore, minuti, secondi. Il “tempo della coscienza” o “spirituale”, cioè quello interiore, il fluido scorrere di una temporalità attraversata da ricordo e sentimento, è assimilabile a quello del sogno, in cui l’anima e la mente sono libere di determinarsi da sé. E proprio il ricordo è un elemento che sta molto a cuore a Nolan, che non rinuncia a rappresentare in un altro suo capolavoro, vale a dire Memento — interpretato da un notevole Guy Pearce. Qui l’atto di ricordare è fondamentale per la costruzione e il mantenimento dell’identità. Emblematiche, da questo punto di vista, sono le crude scene in cui il protagonista si scrive addosso — proprio sulla pelle — degli appunti, per non dimenticare ciò che ha fatto o che si propone di fare.

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#cineTOP: i migliori film del 2017 — Parte seconda (10-1)


10. Toni Erdmann – Maren Ade

Chi sono i nostri padri? Cosa ci lega a loro? Dove si cela il debito – genetico, ma anche comportamentale, emozionale e “di classe” – di un figlio nei confronti di chi l’ha creato? E, in definitiva, c’è una giustificazione ultima – diversa dall’istituzione familiare – per legittimare un affetto che, in un certo senso, è “dovuto” da ambo le parti? Maren Ade, regista tedesca, racconta l’inferno rappresentato dai rapporti tra padri e figli adultissimi in una commedia di tre ore che prende il nome di un equivoco linguistico ed ontologico, Toni Erdmann appunto. La trama è un pretesto: Winfred, pensionato e vedovo, decide di alleviare la tensione lavorativa della figlia in carriera Ines con scherzi e burle, travestendosi, infine, da un personaggio immaginario e molesto, un uomo d’affari sotto il nome di Toni Erdmann. Si sbaglia se si pensa che quella di Maren Ade sia una commedia sul potere liberatorio della risata, sulla necessità della burla come componente essenziale di rivolta nella società contemporanea. Si sbaglia perché l’operazione cela in realtà sfaccettature molto più sottili e oscure. Se quello operato da Ines è un nascondimento della propria origine, del proprio Es, lo scontro con il padre – che è figlio e che non è Super-Io – non può che rivelare lo scoperchiamento di un’anima non riconciliata, l’esposizione vergognosa di un compromesso, a fronte di una sublimazione (ir)risolta, come nella bellissima, divertentissima, scena della festa di compleanno. E un sottofinale dolente di affetto familiare (vicino, per motivi e atmosfere, a quello di Dio esiste e vive a Bruxelles) che apre, invece, ad un finale incendiario, non riconciliato, che mostra le spoglie di una vittoria di cartone. Due protagonisti fenomenali – menzione speciale per Sandra Huller.

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#cineHOT: Coco (2017) di Lee Unkrich — La parabola del ricordo

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L’ultimo film della PIXAR, Coco, ha già conquistato il plauso della critica e del pubblico, vincendo, nella categoria “Miglior film d’animazione” il Golden Globe, storicamente, il premio che spalanca le porte alla statuina più ambita di Hollywood: l’Oscar.
Questa volta lo studio d’animazione statunitense, ci porta alla scoperta di una delle feste più particolari della tradizione messicana: il Dia de los Muertos; ovvero il giorno dei morti. Sul grande schermo rivive la magia di questa tradizione basata su colori sgargianti, musiche e allegria, tre elementi che tematizzano la morte in modo assai diverso rispetto a quello che ci appartiene, risvegliando nello spettatore quel «gusto dell’esotico» che stimola a conoscere le tradizioni a lui lontane.

Coco ha una struttura narrativa che può sembrare classica al primo approccio, cioè: un film di formazione, con un protagonista alla ricerca dei propri sogni. Tuttavia la semplice narrazione viene sfruttata per raccontare qualcosa che, in definitiva, non e poi così banale.

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#cineBIT: Bambi (1942) — La natura negli anni della guerra

In occasione della giornata della memoria, cercavo nel mio personale archivio quale film d’animazione potesse essere adatto all’occasione. Non ne ho trovati molti, in verità, e la maggior parte in mio possesso trattavano altri aspetti della guerra mondiale. Tuttavia, riflettendo, il pensiero s’è soffermato sulle opera della Walt Disney, mia grande passione: «Qual è il film d’animazione che meglio tematizza la guerra e alla sua desolazione?». Pochi, anzi, nessuno di questi film in modo diretto, tranne forse qualche cortometraggio propagandistico. Ma bastava cambiare la domanda: «Come ha risposto Walt Disney al secondo conflitto mondiale?». La risposta era chiara: Bambi film del 1942, il cuore della seconda guerra mondiale.

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#cineBit: La fiammiferaia (1989). Uno sguardo silenzioso sulla fragilità umana

 

     Esiste qualcosa di più piccolo di un fiammifero da cui prendere spunto per raccontare una storia? Credo proprio di no. Esiste però, forse, qualcosa che può essere ben più fragile, più facile da spezzare persino di un comune fiammifero: l’esistenza umana.

 

 

Il regista finlandese Aki Kaurismaki ha rivolto il suo sguardo silenzioso agli ultimi, ai reietti, agli emarginati, agli umiliati e offesi della società in molti dei suoi film. Ma lo ha fatto in maniera particolarmente diretta e riuscita nella cosiddetta “trilogia dei perdenti”. Apre il ciclo Obre in paradiso (1986), seguito da Ariel (1988) per concludersi con il film La fiammiferaia (1990).

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#cineTOP: I migliori film del 2017 — Parte prima (25-11)

Stilare una lista è sempre impossibile. Stilare una lista che affronti i due più grandi delfini (o mostri) dell’arbitrarietà, ovvero il gusto personale e una qualsiasi circoscrizione temporale, è cosa che non deve esistere. A maggior ragione se si considerano i soli film distribuiti nelle sale in Italia in un anno solare, che può presentare film pensati per cronologie o poetiche molto lontane tra loro.

Tuttavia, il motivo principale di ogni lista deve essere la possibilità di un universale, di un criterio pseudo-ultimo che possa dare ordine ad una selezione dettata, forse, dal caso. È il motivo per cui una lista deve sì affrontare il gusto personale, ma anche poi sviscerarlo, renderlo innocuo, analizzare le categorie che hanno portato lo stesso gusto a formarsi. È il motivo, anche, per cui ogni lista è strutturalmente incompleta: non si può visionare tutto.

La lista qui presente prova a fare un ranking ragionato – e anche basato sull’amore – dei 25 migliori film distribuiti in Italia dal primo gennaio al trentuno dicembre 2017, presentando dunque una varietà dovuta alla natura composita di una simile circoscrizione: film distribuiti nel mondo nell’anno precedente, film con bassa distribuzione recuperati in mercati dormienti (quello estivo e tardo-primaverile), film italiani o europei in anteprima rispetto al mercato mondiale (leggi: statunitense). Sono stati esclusi prodotti estranei al circuito delle sale, ovvero serie televisive (nessuno si aspettasse Twin Peaks) o qualunque audiovisivo distribuito su piattaforme streaming (e.g. Netflix).

Come già detto, non è stato possibile visionare ogni cosa (come ad esempio Coco, la nuova fatica Pixar, che piace pensare sarebbe stata in lista), anche se si è provato a recuperare ogni film da recuperare. Fa macchia l’assenza totale di film italiani, a margine di un anno particolarmente opaco per il cinema nostrano.

Ogni classifica nasce probabilmente sbagliata come suo non-potere intrinseco. La speranza è che, nella parzialità del suo contesto, questa classifica possa essere assolutamente meno sbagliata di molte altre.

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