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Immaginate questa scena: una famiglia allargata si mette in posa davanti alla macchina fotografica. Tutti sono vestiti di bianco: si è appena celebrato un matrimonio con rito ebraico. Nell’inquadratura, al centro, si vede la giovane coppia di spose (sì, avete letto bene), e intorno, nell’ordine: i tre figli di una delle due, nati da un matrimonio precedente; la sorella che ha appena scoperto la propria identità queer; il nipote nato da un rapporto al limite del criminoso, concepito quando il padre era ancora minorenne; infine, i genitori della sposa, ma attenzione: l’anziano padre transgender si presenta in abiti femminili, ed esce dall’inquadratura con fare iroso quando il fotografo ha l’infelice idea di chiamarlo signore. Ah, dimenticavo, il fratello aspetta un figlio dal rabbino (no, tranquilli, il rabbino è femmina).

Con questo ritratto della famiglia Pfefferman si apre la seconda stagione della serie TV Transparent.

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Il titolo è eloquente: il protagonista della serie è Mort/Maura Pfefferman (interpretato a dir poco magistralmente da Jeffrey Tambor), un distinto accademico di Los Angeles, padre di famiglia, che confessa ai figli già adulti di essere transgender. La storia, con ironia e sensibilità, segue poi le loro vite e i loro tentativi di venire a patti con l’idea di avere un trans-parent, un genitore trans-. Ma il particolare sviluppo narrativo della serie dà a tutti i personaggi, non solo a Maura, il loro momento da protagonisti, a tal punto che si può dire che la storia dipinga una vicenda corale, che coinvolge un’intera famiglia insieme ai personaggi che entrano, anche solo temporaneamente, a farne parte.

Ora, pensate all’ultimo personaggio transgender che avete visto al cinema o in TV. Vi verrà forse in mente Sophia Burset in Orange Is The New Black, oppure Rayon in Dallas Buyers Club. Dal quadretto che ho appena dipinto, si vede bene come in Transparent la cornice sia completamente diversa: scordatevi prigioni, prostituzione e luoghi dello spaccio. La famiglia Pfefferman è una famiglia tremendamente borghese, e Maura stessa è il simbolo dell’establishment e dei suoi privilegi (si veda il suo sdegno per chi lascia solo il 15% di mancia sul totale al ristorante). I tre figli, Ali, Sarah e Josh, anche se giocano a nuotare controcorrente, nella vita pubblica e privata, possono farlo soltanto in virtù di questo privilegio – e quasi mai ne sono coscienti. La società liberale e permissiva che vedono dalle finestre del loro loft di Los Angeles esiste solo in virtù degli sforzi e delle conquiste di chi è venuto prima di loro, e uno dei punti di forza della serie sta appunto nel mostrare, pur sempre con ironia, il lato oscuro della lotta per la giustizia sociale, negli Stati Uniti e oltre.

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Amy Landecker, Jay Duplass e Gaby Hoffmann nei ruoli rispettivamente di Sarah, Josh e Ali.

Curiosamente, infatti, la serie non sempre conferma quella visione politica progressista e liberale che si accompagna alla lotta per la rivendicazione dei diritti LGBT+, non sempre glorifica l’idea che l’identità di genere sia fluida, e il gender un mero costrutto culturale. Certo, vengono menzionate alcune battaglie importanti del movimento transgender, come ad esempio quella dei bagni di genere neutro, e in questi casi lo spettatore è invitato ad empatizzare con Maura, e ad assumere una chiara presa di posizione. Ma non è sempre così: a volte gli eccessi di certo femminismo contemporaneo spingono lo spettatore a scuotere la testa. Ad esempio, sempre nella seconda stagione, è grottesca e terrificante al tempo stesso la rappresentazione del festival “per sole donne” – tutto fiori nei capelli, seni nudi, amore libero e pretenziose poesie beat – a cui partecipano Maura e le figlie. Il contrasto è ancora più stridente se si paragonano queste scene con i flashback di cui è intessuta la seconda stagione, in cui lo spettatore viene trasportato nella Berlino ai tempi di Weimar, teatro della spumeggiante vita notturna di quelle che era al tempo una delle comunità LGBT più attive d’Europa, prima che arrivasse il fatidico 1933 a spazzare via tutto (per un ben documentato quadro storico, vi rimando a questo articolo uscito su The Bottom Up). La Berlino prima del nazismo è anche il luogo in cui inizia la storia della famiglia Pfefferman: in questi flashback seguiamo la dolorosa vicenda di Gittel, la zia transgender, vittima di un raid nazista, che Maura non ha mai conosciuto, ma il cui eco dal passato conferisce di riflesso anche alla sua storia personale un tono quasi epico. Non diverso è lo scopo dei flashback presenti nella stagione successiva, che gettano una luce sull’infanzia di Maura, cresciuta senza un padre, passata a danzare nel bunker della sua casa americana indossando gli abiti della madre. In definitiva, Transparent si discosta dal modo consueto di rappresentare i personaggi transgender perché tende ad umanizzare la protagonista, rendendola un personaggio a tutto tondo, con cui lo spettatore può empatizzare, e non solo meravigliarsi come di fronte ad un’anomalia.

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Hari Nef nel ruolo di Gittel Pfefferman. L’attrice e modella newyorkese è sia di esperienza transgender, sia di origini ebraiche, come il personaggio che interpreta.

E tuttavia, non si tratta di una glorificazione della fluidità di genere a tutti i costi, perché la serie pone anche delle stimolanti questioni morali, ad esempio: in una società così progressista e tollerante, dove termina la libertà di esprimersi, e dove inizia l’egoismo? Fino a che punto è lecito agire in libertà, anche a costo di ferire un altro? La scelta di Maura di rendere manifesta la propria identità transgender, ad esempio, non è senza conseguenze sui suoi figli (specialmente su Josh), così come non lo è il matrimonio finito (anzi, nemmeno iniziato) di Sarah e Tammy, o il rifiuto di Ali di offrire certezze nella relazione con la sua migliore amica, motivate appunto da un bisogno di libertà. Transparent è un tentativo notevole di fare i conti seriamente con le politiche che stanno alla base di una società progressista e tollerante, ma fatta di persone che spesso sventolano la bandiera della libertà come scudo per le proprie scelte egoistiche.

Transparent non ci dice che basta seguire la propria “voce interiore”, la propria vera identità, perché tutto fili liscio, ma al tempo stesso lascia ad ogni personaggio il suo spazio di redenzione: Josh viene a patti con la figura ingombrante di Rita, che si era approfittata di lui quando il ragazzo era ancora minorenne. Sarah, dopo un fuggevole tentativo di riconnettersi con la propria dimensione spirituale, si imbarca in una complicata relazione a tre, che, se da una parte anticipa grandi e destabilizzanti novità per la quinta stagione, annunciata la scorsa estate, dall’altra la aiuta a ritrovare l’equilibrio con il suo ex marito. Ali, infine, si imbarca in un viaggio in solitaria alla scoperta di se stessa in Israele, nel tentativo di fare i conti con la propria identità genderqueer – la stessa regista, Jill Soloway, si identifica come tale, e come Ali nell’ultima stagione della serie, preferisce per sé il pronome neutro they.

In definitiva, il fascino di Transparent sta nel fatto che il percorso narrativo di Maura non si esaurisce unicamente nella propria identità transgender, ma è arricchito dalle vicende e dalle relazioni con i personaggi che le fanno da contorno, in un più che riuscito tentativo di riflettere sulla questione dell’identità di genere nella nostra cultura, con le sue sfide, le sue contraddizioni, ma anche con una, forse inaspettata, buona dose di ironia e sottile comicità.

UPDATE: è del 16 febbraio la notizia che anche Jeffrey Tambor, protagonista della serie, è stato travolto dallo scandalo delle accuse di molestie sessuali nel mondo dello spettacolo. Amazon, che ha prodotto la serie, conferma che l’attore non prenderà parte alla quinta stagione.