C’è un ragazzo in poltrona, seduto davanti al camino. Dietro di lui s’imbandisce la tavola per festeggiare l’Hannukkah. La luce del fuoco si legge nel volto del ragazzo che piange e il suo pianto ha espressioni eterogenee: sorride, è assorto poi, guarda fisso, dispera. È pronto in tavola, la madre lo chiama: “Elio!Elio!”.

È l’estate del 1983 in qualche parte nel Nord Italia e una famiglia ebrea abita una villa che è ben presto scenario vivace di cene, letture, via vai di persone, diapositive. Un ambiente d’alta borghesia popolato da plurilinguismo, cultura e lentezza estiva: si susseguono tuffi nel fontanile, Bach, dialoghi aperti e complici, statue di Prassitele in tutta la loro magnifica ambiguità. È un microcosmo delicato immerso in un frutteto in cui si percorrono i giorni di Elio, adolescente dedito al pianoforte, ai libri e alle nuotate al fiume. Ecco che la porta si apre e un ricercatore americano, invitato dai genitori di Elio, irrompe nella vita del ragazzo. Ispirato al romanzo omonimo di André Aciman, il film di Luca Guadagnino ruota attorno al legame che viene a crearsi tra Elio e il ricercatore Oliver. Tanto elegante è la narrazione dell’amore che nasce tra i due, che più che esplosione si tratterebbe di un’implosione che va dalla pelle di uno a quella dell’altro, di cui il sangue dal naso di Elio e l’escoriazione sul fianco di Oliver ne sono i segni. È sì il racconto di una relazione, ma è anche qualcosa in più, ovvero la scoperta del proprio corpo, in termini carnali e mentali. Seguendo un ritmo dilatato, lontano dalla fretta con cui si tende a consumare il piacere, la vicenda è scandita da tempi destinati a confluire l’uno nell’altro e la cui cifra fondamentale sta nell’accogliere la dimensione intera del desiderio. Di questo spazio temporale sono almeno tre i momenti da sottolineare: la percezione dell’estraneità dell’altro, lo scrutare tale alterità e l’avvicinarsi rivelandosi. Così vediamo Elio dapprima infastidito dal “later” di Oliver e dal suo atteggiamento quasi arrogante. È una minaccia che il protagonista sconfessa passo dopo passo col  carpire i tratti della persona desiderata: contemplarne il corpo tra le colonne di Sirmione, cercare il suo parere sulla bellezza di una camicia, sbirciare le note lasciate da quello nei Frammenti di Eraclito. Da contraltare c’è lo spazio privato di Elio che rintraccia i segni del suo desiderio, lo sperimenta  annusando il costume di Oliver o facendo per la prima volta l’amore con Marzia o masturbandosi con una pesca e rimugina tra le pareti della sua camera. Ciò che è ben messo in evidenza dal film è, dunque, la dinamica per cui esperire l’altro vuol dire parallelamente esperire se stessi. Ciò vuol dire fare i conti con l’insorgere improvviso e informe del desiderio e plasmarlo, poi, con l’esperienza iniziatica della parola. “Is it better to speak or to die?” recita un libro che Annella legge al figlio Elio, il quale decide di dichiararsi, anche solo in forma accennata. Qui la faccenda è tanto vicina a quanto sostiene Roland Barthes quando dice che il dono della parola coincide con il dono dell’esistenza: la posta in gioco di Elio, mettendo alla prova la propria parola d’amore al cospetto di Oliver, è il riconoscimento della sua esistenza da parte di quest’ultimo. Lo spessore della lingua emerge in tutta la sua evidenza: aprirsi una feritoia sul petto e dargli voce significa mostrarsi all’altro in un vero primo sguardo; è questo, infatti, il momento in cui Elio conduce Oliver nel suo angolo segreto di paradiso – un fiumiciattolo circondato da alberi, dove il ragazzo ha letto tanti libri – ed è il posto in cui Oliver afferma: “I like the way you say things”. Le due parole del sentimento si incontrano e i due protagonisti si baciano. L’amore che ne consegue si snoda, ancora, su un piano linguistico, con la frase cardine dell’intero film: “call me by your name and I call you by mine”, pronunciata da Oliver come a cristallizzare la prima notte di passione con Elio. Può risultare calzante, a tal proposito, la definizione lacaniana di ‘amore del nome’. Appurato che incontrare l’altro vuol dire sempre scontrarsi con una irriducibilità e che il desiderio è in sé autistico e autoreferenziale, Lacan non può non constatare come, in alcuni casi, l’amore spezzi il narcisismo e supplisca all’abisso che separa due individui. E la forma di questo amore è proprio l’amore del nome, il perché è presto detto. Nel linguaggio, ciò che ci contraddistingue come esseri unici e particolari, è precisamente il nostro nome di battesimo, dunque pronunciare il nome dell’altro diventa l’atto dell’amore. È la scena di Sirmione – i due ragazzi nuotano – noi vediamo solo il lago e sentiamo Elio ed Oliver chiamarsi a gran voce. Amare il nome dell’altro significa riconoscerlo in quanto soggetto e godere di tutta la sua particolarità, senza ridurlo a cosa che soddisfa il nostro bisogno. Quello di Oliver però, è un azzardo ulteriore. Egli chiede esattamente uno scambio di nomi: è il gioco finzionale per cui, si procede oltre il riconoscimento e si nomina l’altro con una identità inedita. Il calco di un nuova statua prende vita, la quale ha l’aspetto di un mondo a due. Eppure il call me by your name conserva il carattere di una richiesta impossibile: il riflettersi limpido dell’uno nell’altro. È un’enunciazione destinata allo scacco e che si declina nella forma precaria di una reliquia: è il foglietto lasciato dal ricercatore sulla gruccia con la sua camicia: “From Elio to Oliver”. Ecco che la richiesta impossibile in qualche modo si attualizza, è di cotone ed è di un azzurro bellissimo.

Elemento di notevole pregio del film è, come qui, nel caso della camicia, la corrispondenza che si realizza tra spazialità ed interiorità, o meglio, tra estetica e sentimento. Vediamo la villa o un prato o una piazza o un orologio farsi segno che contribuisce alla scrittura della storia dei due ragazzi. Lo si vede a partire dalla struttura dell’edificio, per cui le stanze di Elio ed Oliver sono rese comunicanti dall’intimità del bagno. E, ancora, l’emergere dell’antica statua dalle acque si traduce con l’affiorare della passione tra i due protagonisti. Passione che viene definitivamente a galla davanti ad un monumento in memoria dei caduti della battaglia del Piave, quando Elio confessa il turbamento e l’attrazione provata per Oliver. I due circumnavigano separati il monumento per poi ricongiungersi; è un movimento lento che segue lo svelamento dell’interesse di Elio per Oliver. La parola d’amore è pronunciata all’ombra di un bronzo che rimanda alla Prima Guerra Mondiale: il campo amoroso è tanto lontananza dalla morte(a-mors) quanto campo di battaglia, un conflitto che presiede sempre ad una perdita. Alla scadenza delle sei settimane infatti, Oliver sale su un treno per tornare a casa e il quotidiano entra a gamba tesa a spezzare l’idillio tra i due amanti. Le loro strade si biforcano in maniera radicale.

La leggerezza espositiva utilizzata dal regista ha la consistenza di certi quadri impressionisti e di un erotismo realizzato da una piramide di piedi che si toccano. Eppure queste tinte pastello riescono comunque a rendere palpabile e reale l’epifania dell’amore. Certo si può intendere la storia in maniera trasversale, come un tracciare il percorso amoroso nel suo farsi. La questione di genere, infatti, non è posta a scardinare pregiudizi né è vestita di moralismo. Ma è comunque un amore omosessuale ad essere narrato, il che avrà pure un suo significato. Difatti, quasi tacitamente e di lato, vediamo cadere i preconcetti come semplice conseguenza dell’ascoltare il proprio desiderio. È descritto il movimento naturale e spontaneo di quanto il corpo chiede; esperienza la cui rarità è sottolineata dalle parole pedagogiche del padre di Elio, in chiusura del film. In fondo la questione è tutta lì: aprire un varco alle possibilità istituite dal desiderio, quando questo non sia ricondotto a vacuo edonismo, è un dovere morale nei confronti di se stessi. Il che si traduce nella necessità di non lasciar sfuggire la meraviglia che il caso concede.

Elio è lì sulla poltrona davanti al camino, ha appena ricevuto la telefonata di Oliver e la notizia del suo imminente matrimonio. Dopo uno scambio di poche parole, sentiamo Oliver dire: “I remember everything”. Chiusa la parentesi dei giorni assolati dell’amore, giunge il tempo della memoria come suo caldo suggello. L’eternità statuaria cui sempre s’aspira tra le braccia dell’amato è urtata dall’incombere dell’ordinario e del tempo. Risulta dunque vitale custodire gelosamente le immagini dell’amore andato: un cassetto di cartoline della geografia del noi, da ritrovare con la mente. Non si tratta però di semplici ricordi giacché la memoria ha il carattere viscerale della presenza dell’Altro nella nostra vita; è precisamente la traccia dell’altro in noi: Oliver che è Elio, Elio che è Oliver. Ecco che Elio c’interpella mentre una mosca gli ronza attorno ed espressioni ambivalenti ronzano attorno alle sue lacrime. Alza lo sguardo e trafigge lo spettatore con la sua domanda: in sottofondo Sufjan Stevens canta “For the love, for laughter, I flew up to your arms/Is it a video? Is it a video?/For the love, for laughter, I flew up to your arms/Visions of Gideon, visions of Gideon”. Nel libro dei Giudici, Gedeone vive sotto forma di visioni la presenza di Dio, a cui chiede ancora e ancora dei segni del suo esserci. Allo stesso modo, Elio è davanti al fuoco acceso che s’interroga su quanto vissuto, ne ripercorre le immagini(is it a video?) e richiama la presenza di Oliver; questo piccolo Dio che ha acceso l’esperienza sacra dell’amore. Allora all’amarezza dell’amore perduto può forse subentrare quanto Antonia Pozzi chiama Amore di lontananza e le cui poesie sono in un libro che Elio presta a Marzia: «Ricordo che, quand’ero nella casa/della mia mamma, in mezzo alla pianura,/avevo una finestra che guardava/sui prati; in fondo, l’argine boscoso/nascondeva il Ticino e, ancor piú in fondo,/c’era una striscia scura di colline./Io allora non avevo visto il mare/che una sol volta, ma ne conservavo/un’aspra nostalgia da innamorata./Verso sera fissavo l’orizzonte;/socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo/i contorni e i colori tra le ciglia:/e la striscia dei colli si spianava,/tremula, azzurra: a me pareva il mare/e mi piaceva piú del mare vero».