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Unable to perceive the shape of you, I find you all around me. Your presence fills my eyes with your love, it humbles my heart, for you are everywhere.”

Una donna e un mostro. La Bella e la Bestia. Quante volte avete sentito questa storia? Ora, se il film in questione non avesse, sin dalla prima scena, il sapore di una favola (seppur adulta), questa potrebbe essere benissimo una storia perversa del rapporto sessuale tra una donna e una bestia. Oppure, se la componente sessuale non fosse stata presente, questa potrebbe essere una cautionary tale sull’accettazione del diverso, dell’Altro, che insegnerebbe a non fermarsi alle apparenze, a giudicare con il cuore e non con gli occhi. Ma se così fosse, questa sarebbe stata una storia come tante altre. E invece no, La forma dell’acqua è una storia d’amore, e lo spettatore, se vuole concedersi a quel che vede, non dubita nemmeno per un attimo che questa storia sia sana, tenera, romantica – e si badi bene, una tale attenzione per i sentimenti è cosa poco comune nella produzione precedente dello stesso regista, che invece più spesso porta sulla scena personaggi torbidi e inquieti. Restano costanti, invece, le atmosfere fiabesche e poetiche, ed il fascino per il mostruoso.

Baltimora, 1962. Elisa Esposito è una donna delle pulizie in un laboratorio militare, in cui si tengono, in gran segreto, degli esperimenti in vista della “corsa allo spazio” che caratterizzò gran parte della Guerra Fredda. La sua vita monotona ha una svolta quando fa il suo ingresso nel laboratorio un mostro umanoide, usato come cavia, con il quale Elisa costruirà ben presto un profondo rapporto d’amore. I due sono accomunati dall’impossibilità di comunicare: Elisa è muta in seguito ad una mutilazione subita da bambina, e la creatura d’altro canto emette solo versi. Due entità si incontrano, non parlano ma comunicano, immersi in una favola sognante dai toni verdi e blu – il verde dell’acqua è una costante del film, che fa diventare onirica anche un’anonima stanza da bagno: è la colonna sonora firmata da Alexandre Desplat a costituire un dialogo musicale per questi singolari personaggi senza voce.

La creatura della Laguna Nera incontra Amélie, insomma, come testimoniano le atmosfere sognanti da una parte, e i tòpoi da film horror fantascientifici in bianco e nero dall’altra – nonché l’anatomia e la provenienza del mostro stesso, che è una evidente citazione dal film di Jack Arnold del 1954. Con una differenza rilevante: Amélie era una bambina intrappolata nel corpo di un’adulta, che cercava sì l’amore, ma con l’innocenza propria dell’infanzia. Elisa, al contrario, vive la propria sessualità in modo sereno, ed è proprio la dimensione sessuale ad aggiungere tridimensionalità alla storia. Insomma, Guillermo del Toro gioca con un genere, così come aveva fatto, magistralmente, con il gotico in Crimson Peak, o il fantasy ne Il labirinto del fauno, per poi creare nuovi canoni, nuovi schemi narrativi; nel caso di La forma dell’acqua, Elisa (meravigliosamente interpretata da Sally Hawkins) è un personaggio femminile forte e puro, coraggioso e al tempo stesso vulnerabile, virtuoso ma non innocente, e proprio in virtù di questa consapevolezza, che passa dal corpo, restituisce agency ad un ruolo femminile tradizionalmente ritratto come alla mercé del mostro di turno.

Più che il tema della tolleranza, o l’accettazione del diverso, è la ricerca di comprensione e di affetto che rende questa storia una storia universale, in cui chiunque, a prescindere dalle preferenze di genere – e di specie, mi vien da dire – può rivedere un po’ di se stesso. Per questo, i canoni dell’horror fantascientifico non bastano più, e il regista messicano non si limita a giocare con un genere solo, ma passa alla spy story e poi al musical, in un intreccio di trame minori che costituiscono il meraviglioso tessuto di cui è fatta la storia. Una di queste, non casuale, è la storia dell’artista Giles, coinquilino di Elisa, che più che le torte al lime ama il gestore della pasticceria che le vende: il fatto che Giles venga malamente scacciato dal locale dall’uomo, che non ha gradito le avances, è un chiaro riflesso di questa difficoltà a comunicare, e dunque, a farsi amare, messa a tema dal film, che caratterizza tutti i legami umani, di cui il mutismo di Elisa non è che una metafora.

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Non per nulla, i tre complici che vogliono salvare il mostro sono tre persone ai margini della società: Elisa, che oltre ad esserne innamorata, ne comprende la solitudine e l’isolamento, così come fa Giles, l’artista omosessuale che per questa ragione ha perso il lavoro, e Zelda (Octavia Spencer), collega di Elisa, una ciarliera donna delle pulizie di colore che sa bene cosa vuol dire essere un escluso. E così, nell’America iperpatriottica della Guerra Fredda, un branco di misfits si mette contro il potere dell’establishment, in tutti i sensi, incarnato dal colonnello Strickland (Michel Shannon). Strickland è un uomo violento e crudele, che obbedisce solo ai duri imperativi della legge marziale, e che dietro all’ostentata virilità e durezza non nasconde altro che il timore del fallimento – a tratti, è la caricatura di se stesso, se la performance di Shannon non fosse così intensa e credibile. Il suo unico desiderio è quello di torturare la creatura fino a distruggerla – chi è il vero mostro, dunque? Un esempio di personaggio maschile positivo è, al contrario, il dottor Hoffstetler, simbolo al tempo stesso della razionalità e dell’empatia necessarie alla tolleranza, alla comprensione e all’accettazione del diverso.

“You’ll never know just how much I care” recita il motivo cantato da Elisa in una scena onirica, l’unica in cui la sentiamo pronunciare un suono, in cui immagina se stessa come protagonista di un musical, in perfetto stile Broadway: ebbene, il genio di Del Toro riesce perfettamente nell’intento di farci comprendere quanto profondi siano i sentimenti in questa singolare storia d’amore, in cui i due amanti hanno in comune la stessa condizione di vita, tragica ma illuminante, di sentirsi, mi si perdoni l’ironia, due “pesci fuor d’acqua”, esclusi, diversi, fuori posto.

Uno strano e meraviglioso thriller romantico, una storia, luminosa e torbida insieme, di redenzione, “d’amore e di perdita”, come dice la voce narrante in una delle primissime scene. Quella che, nel concept, siamo seri, poteva essere il paradigma del trash, per qualche strana alchimia funziona, ed incanta: una favola per tempi difficili, profondamente familiare e incredibilmente originale al tempo stesso, in cui anche lo spettatore non può che soccombere alla seducente malinconia delle onde del mare.