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In un futuro distopico, non troppo lontano dal nostro tempo attuale, la virtualità mediatica domina la vita dell’uomo. Theodore (interpretato da un grande Joaquin Phoenix), un uomo abbastanza introverso, solo e tendenzialmente asociale in un mondo sempre più “social”, soffrendo per il divorzio con la moglie Catherine, cerca di distrarsi con il suo lavoro, che consiste nello scrivere lettere per conto di altri, attraverso un dettato a voce rivolto al computer. Sempre più alienato dal mondo, per colmare il vuoto creato dalla solitudine, decide di comprare un software all’avanguardia, “OS 1”, dotato di un’intelligenza artificiale capace di mutare ed evolvere in base alle esigenze dell’utente. Una volta installato il nuovo sistema operativo, una voce calda di donna comincia a parlare con Theodore attraverso dispositivi elettronici, quali computer e smartphone. Da qui comincia una lunga e via via più intensa relazione tra i due: tra uomo e macchina, tra uomo e voce senza corpo.

Il problema di carattere etico, e non solo, emerge sin dalle prime scene del film, facendoci balenare in mente una fondamentale domanda: possiamo avere una relazione con un qualcosa di non reale, ma che, tuttavia, appaia come tale? Si tratta di una voce senza corpo né anima, una pura voce di computer. Eppure, è voce di donna: essa si presenta con il nome di Samantha. A Theodore basta solo quel suono per colmare il vuoto della sua vita, quella voce avvolgente che tutte le mattine lo sveglia, che lo comprende nei momenti più difficili, che gli tiene compagnia nell’interminabile solitudine di ogni giorno, che lo sostiene durante le noiose giornate della quotidianità, scandite sapientemente dal regista attraverso un ritmo lento della narrazione filmica che ci trasmette bene la pienezza del vuoto senso di noia provata dal protagonista. Si tratta, insomma, di qualcuno (o qualcosa, in questo caso) con cui stare bene di nuovo, da avere sempre con sé, a portata di tasca come un cellulare, da spegnere ed accendere quando si vuole. Dal canto suo, Samantha, comprensiva nei confronti di Theodore – il quale entra sempre più in confidenza con Lei, rivelandole le sue angosce–  e sempre pronta a dargli consigli e consolazione, va intanto imparando cose nuove, scoprendo il mondo e la dimensione delle relazioni umane. L’instancabile fascino per Samantha porta il protagonista ad innamorarsi di Lei. Her, appunto, la voce che lo circonda e che lo ha fatto ricominciare a vivere, anche se si tratta di una vita virtuale, senza mani che possano stringersi l’una con l’altra. Se ne accorgerà presto Theodore, quando un rapporto sessuale via voce non basta. Egli comincia a sentire il bisogno di un contatto vero. Soltanto così un rapporto può nutrirsi e proseguire. Di conseguenza, Samantha decide di far incontrare Theodore con una ragazza in carne ed ossa che personifichi Lei. Ma lui, molto titubante, pur provandoci, non riesce a terminare il rapporto con quella che lui considerava una sconosciuta, seppure guidato dalla voce della sua Samantha. La relazione, a questo punto, comincia ad incrinarsi.

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Quello che prima sembrava essere il mezzo per colmare il vuoto, per non rimanere solo in un mondo di asocialità in cui ognuno si aliena con i suoi propri pc e cellulari, proprio quel mezzo di soddisfacimento di un desiderio ora diventa nuova fonte di desiderio: una voce di macchina senza corporeità umana e priva di sangue che scorra nelle vene, non può essere del tutto appagante. Potrebbe servire soltanto per un periodo della nostra vita, perché ci fa crogiolare nell’illusione di stare bene. “Vivere bene nell’illusione è sempre meglio che star male nella relatà”, avrebbe pensato Theodore. Solo quando (nella parte finale del film) Lei, ad un certo punto, non gli risponde più, capirà che Samantha è un’illusione, una parvenza di concretezza. In realtà, Lei non rispondeva perché si era soltanto messa in stand-by per un aggiornamento. Non appena Theodore viene a sapere che Lei si stava “frequentando” con altri ottomila utenti oltre a lui, il mondo di cristallo dell’illusione in cui si era rifugiato gli crolla addosso inesorabilmente. Ecco che ricomincia l’alienazione (o non era mai finita? Samantha è stata soltanto un altro modo per estraniarsi ancora di più dal mondo?). Il regista Spike Jonze, molto attento a non cadere nella banalità dell’argomento, ha saputo cadenzare nel miglior modo possibile lungo l’intero corso del film, questa storia d’amore inconsueta, ma ben possibile e, tra qualche tempo, addirittura fortemente probabile. Una struttura narrativa analoga, seppure con le dovute differenze, può essere rintracciata nel più bel film di Alex Garland, uscito in Italia nel 2015: Ex Machina. Anche qui vi è un giovane uomo protagonista, di nome Caleb Smith (Domhnall Gleeson), che si lascia sedurre da            una robot donna, una nuova e avanzata intelligenza artificiale chiamata Ava (Alicia Vikander).

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Sebbene in tal caso quest’ultima abbia un corpo metallico con sembianze umane, l’esito è lo stesso di quello di Her: Ava inganna Caleb, gli fa credere di essersi anche lei innamorata di lui e di poter avere un futuro insieme, ma alla fine si scopre come lei lo abbia manipolato subdolamente al fine di farla evadere dalla gabbia di esperimenti del suo progettatore Nathan (Oscar Isaac). Disposta a tutto pur di evadere e conoscere il mondo vero fuori da quella prigione di vetro, ucciderà il suo creatore e imprigionerà senza vie d’uscita il suo amante Caleb. Un finale, dunque, alquanto drammatico di entrambi i film in questione ci fa riflettere su come gli uomini siano facilmente dominabili dalle macchine, più astute e freddamente razionali di noi.                                Tali film sono, indubbiamente, un autoritratto della nostra società: chi di noi oggi non si aliena attraverso le chat via cellulare? Chi saprebbe più vivere senza computer, smartphone, internet? Quanti robot stiamo progettando e mettendo in commercio? Quello di Her e di Ex Machina non è tanto un futuro prossimo, ma è già quasi il nostro mondo odierno. Infatti i registi scelgono di mettere in scena un tipo di abbigliamento che non ha nulla di “futuristico” rispetto al nostro. Anche la maniera smisurata dell’utilizzo di strumenti elettronici non è qualcosa di così lontano da noi. Il mondo di Theodore e di Caleb è il nostro mondo. Her ha, però, una marcia in più: è, indiscutibilmente, un film più originale, in quanto mostra l’assurdità del sentimento umano verso l’inumano. Proprio per aver rappresentato ciò, Spike Jonze è stato premiato con l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale nel 2014. Il film, infatti, è senza ombra di dubbio un vero e proprio rispecchiamento della nostra società, la quale è sempre più costituita da singoli e distaccati componenti, gli uomini, per natura animali sociali ­– come sosteneva Aristotele– ma che sono resi asociali proprio dai nuovi ed ormai comuni mezzi di socializzazione: i social network. Ebbene, è questo il più grande paradosso della storia dell’uomo: dov’è finito il contatto umano? Socializzare non significa forse vedersi, frequentarsi, toccarsi, viversi, oltre che comunicare? Oggi stiamo riducendo tutto alla sola comunicazione (per via telefonica, per email, per sms, whatsapp, facebook, twitter, ecc…). e al conseguente progressivo isolamento di noi stessi dal mondo. Ma vivere è anche altro. L’uomo si sta autodistruggendo con le sue mani, con le sue creazioni che gli stanno sfuggendo di mano: si sta facendo trascinare e travolgere dalla <<fiumana del progresso>>, aveva scritto Verga già a metà ‘800.  La tecnica sta sopraffacendo l’uomo, lo sta dominando, proprio come Samantha e Ava riescono a dominare le attenzioni di Theodore e Caleb. Li manipolano, in qualche modo. Theodore crede di avere tutto quanto sotto controllo, di usare Samantha quando vuole, senza però, rendersi conto di stare diventando man mano dipendente da Lei. Crede di essere finalmente di nuovo libero di amare come vuole lui, di aver risolto i problemi con il suo passato,  invece Lei è solo uno sbaglio che lo seduce. Chi non si sente sedotto e allo stesso tempo schiacciato dalla tecnologia? Il problema è l’eccessivo uso di mezzi tecnologici, non tanto la tecnica stessa in sé che ci aiuta, per esempio, ad accorciare le distanze e ad avere informazioni in tempo reale. Nel momento in cui, però, la tecnica si sostituisce praticamente alla vita umana, essa diventa devastante: è un processo che non si arresta. La società stessa impone a tutti i suoi membri di stare al passo con i tempi e le istituzioni ufficializzano tutto questo, contendendosi il primato d’avanguardia. Così, l’Occidente moderno e “civilizzato” entra in competizione con un Oriente  oggi più che mai — industrializzato  e tecnologico. A detta di Spengler, il processo di “civilizzazione” di una civiltà è, in realtà un processo di degenerazione: l’Occidente, essendo il regno della tecnica, della cultura materiale e della perdita dell’anima, è destinato a finire, a tramontare. Quanto egli scrisse nel 1918 all’interno del suo più celebre libro intitolato Tramonto dell’Occidente, è oggi indiscutibilmente veritiero. Lo è ancora di più la considerazione che Spengler fa in  Uomo e la tecnica (1931) in cui parla di <<tragedia>> dell’età contemporanea, ovvero del fatto che l’uomo sia diventato <<schiavo>> di una tecnica che lui stesso ha costruito. Pare, dunque, non esserci salvezza nella tecnologia: il tragico destino della nostra epoca sembra essere giunto ormai al capolinea. Sicuramente è proprio questa la sensazione che Theodore prova (e pure Caleb nei confronti di Ava) quando Lei lo lascia: si sente perduto, finito, sconfitto, deluso, al capolinea, in quanto si è affezionato a Lei nonostante tutto.