In tempi di migrazioni globali e di incontri tra culture, un film come District 9 riesce ad affrontare alcune questioni spinose in maniera originale, senza rinunciare a una buona dose d’azione tipica del genere. Secondo le parole dello stesso regista, il sudafricano Neill Blomkamp, il film mira innanzitutto all’intrattenimento, mettendo insieme science-fiction, spettacolo e umorismo. Tuttavia, non ci si deve sforzare molto per sviluppare un’interpretazione più esplicitamente politica. Il film tocca infatti una serie di punti che dovrebbero essere all’ordine del giorno dei principali governi nazionali. Dalla gestione delle emergenze umanitarie e dei flussi migratori, passando per la necessità di sviluppare un dialogo interculturale, District 9 è sì un film di fantascienza, ma pur sempre un film in grado di porre alla spettatore una domanda fondamentale: fino a che punto siamo in grado di accettare l’alterità nelle sue diverse declinazioni? Questione che costringe a riflettere sia sulla possibilità di estendere universalmente diritti e doveri umani al non-umano sia sul concetto di essenza umana (l’uomo/l’umanità/la specie umana), che tanto influenza la nostra stessa costruzione identitaria.

Il film riesce a porre queste domande ponendoci di fronte al fatto avvenuto. Un’immensa nave extraterrestre è apparsa su Johannesburg, restando sospesa sopra la metropoli sudafricana per vari mesi senza dare segni di “vita”. Alla fine, penetrate all’interno dell’astronave, le forze governative scopriranno un vero e proprio orrore: un milione di alieni insettiformi abbandonati a sé stessi, in condizioni di vita pietose. La scoperta ci viene mostrata con uno stile quasi documentaristico che alterna interviste a vecchi reportage, servizi giornalistici a riprese delle telecamere di sicurezza e contribuisce a conferire al tutto un’impronta realistica. Da quell’evento sono passati vent’anni e gli alieni non hanno cambiato il corso della storia del pianeta Terra. Anzi, sono divenuti un vero e proprio problema: stipati nel District 9 (il riferimento è allo storico district six di Città del Capo), un’immensa baraccopoli a cielo aperto, essi non hanno saputo rivelare alcunché sulla propria provenienza, né sulla propria destinazione. Quello che poteva essere un incontro rivoluzionario è scaduto in una convivenza forzata e problematica.

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Basterebbero già queste premesse per considerare District 9 un film interessante. Per una volta, gli extraterrestri giungono sulla Terra quasi per caso, per motivi oscuri, forse per un’avaria della nave su cui viaggiavano, forse per sfuggire a un virus improvviso che li coglie durante il viaggio. La Terra è per loro una sorta di incidente di percorso, un esilio forzato che rischia di divenire permanente. Non c’è da parte dei “crostacei”, così chiamati con spregio dagli uomini, alcuna esplicita intenzione bellicosa. Essi sono portatori di tecnologie avanzate, ma si rivelano incapaci di servirsene. In definitiva, ci si trova davanti a una massa “inutilizzabile”, da cui l’uomo non riesce a trarre alcun vantaggio. Il rapporto uomo-alieni è caratterizzato da un orizzonte fortemente pragmatico, orientato al profitto. Constatata la fragilità dei nuovi arrivati, entrano in gioco forze corporative e lobbistiche che non si pongono la domanda metafisica (“Da dove vengono e perché?”), ma si preoccupano di aggiudicarsi eventuali guadagni: come possiamo sfruttare le loro tecnologie? Di quali armi dispongono? Possiamo servircene per scopi scientifici e industriali? D’altra parte, al di là degli interessi economici in gioco, l’orizzonte pragmatico emerge anche dai concreti problemi di convivenza con gli abitanti umani della capitale. Esaurito l’entusiasmo iniziale, il cittadino medio finisce per confrontarsi con una massa dipinta come disordinata e anarchica che, da quanto ci viene detto, si macchia dei peggiori delitti, mettendo a repentaglio la sicurezza pubblica.

L’invasione aliena, pur non essendo di natura bellicosa, costringe l’uomo a un confronto difficile, come si diceva prima, con un’alterità non meglio identificata. Un’alterità in parte antropomorfa (gli alieni parlano a tratti la lingua umana e hanno abitudini di vita non del tutto dissimili dalla specie umana), ma a quanto pare non del tutto riconducibile a valori e strutture pienamente “umane”. I crostacei vanno così incontro a un duplice destino. Da una parte, essi vengono accettati come “umani”. Vengono riconosciuti loro diritti di varia natura, seppur con varie restrizioni (diritto di vivere, ma non di riprodursi indiscriminatamente) e impongono doveri e regole (ad esempio gli alieni devono possedere determinati permessi e licenze per svolgere alcune attività). Essi sono destinatari di una legislazione che in teoria vorrebbe tutelarli, riconoscendo loro uno statuto minimo. In questo senso, sembra che l’uomo si sia sforzato di agire nei loro confronti tramite una parvenza di legalità e non tramite la forza bruta: rispetto ad altre narrazioni, si tratta già di un significativo passo in avanti. D’altra parte però, l’intero apparato finisce per rivelarsi un castello di carte, un fragile tentativo di nascondere la paura e la repressione sistematica dei nuovi arrivati e il fallimento di qualunque forma di integrazione. Essi finiscono in realtà per occupare uno stadio intermedio tra l’umanità e l’animalità, tra la civiltà e la barbarie. Da questo punto di vista allora, il rapporto con gli umani si risolve in una forma di “ghettizzazione”, che dà vita a forme di xenofobia, innescando un circolo vizioso fatto di criminalità e isolamento.

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Il processo di inclusione nell’antroposfera avviene quindi tramite dinamiche discriminatorie. Assistiamo in qualche modo al passaggio da un’alterità radicale e inconoscibile (l’alieno totalmente altro rispetto all’umano) a un’alterità definita e circoscrivibile (l’extraterrestre a metà tra umano e animale/l’umanoide mostruoso). In questo passaggio l’accettazione degli extraterrestri e il conferimento minimo di diritti e doveri fanno da preludio a un netto giudizio di valore: l’alieno non è più identificato con il “totalmente altro”, ma accostato a un’umanità incompleta e difettosa, politicamente non integrabile e quindi  pericolosa. Di conseguenza, nell’immaginario collettivo del film l’alieno finisce per essere un antropomorfo mostruoso (si nutre di cibo per gatti ed è incapace di darsi una qualunque organizzazione politica) che mette a repentaglio la sicurezza generale con la sua stessa esistenza.

E dire che i crostacei di District 9 possiedono una capacità tutt’altro che secondaria. Essi sono infatti in grado di parlare, articolare un discorso in inglese, probabilmente di esprimere una loro personale visione del mondo, nonché di manifestare a parole la propria volontà (e i propri sentimenti/emozioni/desideri). Tuttavia, nella maggior parte delle scene del film, la comunicazione uomo-alieno è viziata da un pregiudizio insuperabile. Nonostante un comune linguaggio verbale, il dialogo stenta a decollare, proprio perché l’uomo considera a priori i crostacei forme di vita incapaci di farsi portatrici di una qualche verità. La comunicazione si riduce così a mero controllo e annullamento della minaccia costituita dall’altro, assumendo le forme dell’inquisizione e dell’interrogatorio, chiudendo ogni porta a un dialogo vero e proprio. In questo senso, non ci è dato sapere, se non a sprazzi, quali siano gli effettivi pensieri e le intenzioni dell’extraterrestre. Per buona parte del film il punto di vista è sempre quello dell’uomo, un uomo solitamente armato e spaventato, che si relaziona con il crostaceo quel che basta per adempiere a pratiche burocratiche e amministrative. Inutile dire che forse è proprio questo aspetto a impedire ogni integrazione: un dialogo che avviene in un ghetto tra un uomo armato e una creatura inquisita non ha molte chances di portare a buoni risultati.

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Non a caso l’effettivo dialogo tra l’uomo e l’extraterrestre avviene solo per caso, per un incidente che coinvolge il protagonista di District 9, Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley), un tranquillo e ingenuo funzionario incaricato di consegnare ai crostacei avvisi di sfratto (il District 9 è un ghetto imperfetto che verrà rimpiazzato da un ghetto fuori città, un ghetto migliore). Wikus si ritrova infatti in una situazione imprevista di “contaminazione”: infettato da un liquido alieno trovato in una delle baracche del District 9, Wikus sperimenta sulla propria pelle l’alterità aliena, andando incontro a una repentina metamorfosi senza precedenti. Il dna umano e quello alieno si fondono riuscendo a dar vita un’integrazione, o meglio a un’ibridazione, che a livello sociale non è avvenuta. Tale ibridazione avviene peraltro in un contesto tragico, poiché indesiderata e subita da Wikus, che vede il proprio corpo trasformarsi senza potersi opporre. Lungi dal costituire un’integrazione positiva, la metamorfosi segna per Wikus un punto di non ritorno, l’allontanamento forzato dalla sfera umana e l’ingresso nel District 9. Da questo punto di vista, Wikus rimane forse uno degli unici esseri umani a poter capire le effettive ragioni degli extraterrestri, sondandone per un momento i misteri. In realtà, la sua rimane comunque un’esplorazione dettata dalla necessità di salvarsi la vita per sfuggire all’uomo, che lo insegue ormai come un’inattesa porta di accesso ai segreti alieni. Senza rivelare troppo, basterà dire che anche questo nuovo confronto non sarà privo di problemi, mostrando anzi ancora una volta l’egoismo umano e la prevaricazione nei confronti degli alieni. Non è facile tuttavia giudicare il povero Wikus, poiché la trasformazione che lo sta coinvolgendo è talmente radicale da essere sconvolgente: il suo incontro effettivo con i crostacei comporta una perdita di “umanità” insostenibile, che distrugge la sua stessa identità. In definitiva, la “contaminazione” resta sospesa a metà tra un’ibridazione positiva (permettendo il dialogo) e l’annichilimento (nel senso in cui Wikus viene escluso definitivamente dal mondo umano e perde la sua forma umana).

In tal senso, anche l’esito del film, di cui abbiamo analizzato soltanto alcuni aspetti, appare incerto. O meglio, esso appare pessimistico nella misura in cui esclude una possibile convivenza libera e pacifica tra “specie” simili. Se solo l’effettiva metamorfosi permette l’incontro, aprendo la mente all’alterità, allora non vi è davvero possibilità di instaurare un dialogo interspecifico: permane una differenza insanabile concepita non come ricchezza, ma come minaccia. D’altronde, il merito di District 9 sta forse anche nell’aver scelto un’ambientazione emblematica, quel Sudafrica storicamente dilaniato dall’Apartheid e dal razzismo in cui la violenza e la ghettizzazione sono state esercitate non già su una specie aliena, ma sull’uomo stesso. Unico sprazzo di speranza, nel film come nella realtà, resta la mobilitazione della società civile (in District 9 solo appena mostrata), che può ancora opporsi in qualche modo all’affermazione di modelli e politiche discriminatorie.

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