queer1

Devo confessare di aver visto quasi tutta la prima stagione di Sense8 in un giorno solo, mentre, steso a letto, cercavo di distrarmi dall’ovattato lamento delle mie terminazioni nervose, recentemente scontratesi col bisturi del dentista. Da principio la serie mi era parsa solamente una versione sotto steroidi di Cloud Atlas, appiattita sul piano temporale ma geograficamente ancora più discontinua. Mano a mano che guardavo, però, mi pareva di intravedere un filo conduttore comune che intersecava le vicende degli otto protagonisti (al di là ovviamente dell’espediente narrativo principale, che li vuole interconnessi per mezzo di una qualche forma di legame telepatico). Mano a mano che le immagini si accumulavano, e via via che le trame si infittivano, c’era una parola che continuava a tornami in mente, e quella parola era “queer”.

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